PROSPERO LAMBERTINI nacque a Bologna il 31 marzo 1675.
Il 17 agosto 1740 fu eletto papa con il nome di BENEDETTO XIV.
Certamente fu il più erudito e il più colto dei papi del suo secolo, distinguendosi, in modo speciale, come canonista.
Ma molti furono gli aneddoti che lo resero davvero unico anche per altre sue qualità, davvero sorprendenti per un papa dell’epoca (di qualsiasi epoca direi)!
Due aneddoti sulla sua vitaquotidiana di quest’uomo veramente superiore. Il mattino senza alcun cerimoniale andava in città in questa o in quella chiesa romana a celebrare la messa. Nel pomeriggio sbrigati gli affari di stato, verso sera a piedi passeggiava per le vie di Roma, da solo, come un qualunque prelato, con una predilezione per i quartieri popolari, come in Trastevere dove “si tratteneva nel modo più gioviale sulla via con gente anche di bassa condizione”. Altra novità fu quella di aprire il giardino del Quirinale per impartire udienze. Nel periodo estivo, che trascorreva a Castel Gandolfo, anche lì solo soletto, appoggiandosi alla sua canna, lo si poteva incontrare nelle selve a godersi il fresco, o mentre si intratteneva con i campagnoli” (Pastor, XVI,I).
Ed ora ecco un estratto dal testo di Dino Baldi, Vite efferate di papi, Quodlibet Compagnia Extra 2015
Benedetto XIV Lambertini
di Dino Baldi
Del modo arguto e schietto col quale gestiva gli affari pubblici e privati.
Questo non vuol dire che papa Benedetto non sapesse stare in società; la sua franchezza amabile sembrava anzi il frutto più raffinato della sua educazione. Nei salotti era perfettamente a suo agio: brillante, arguto, elegante parlatore. Gli piacevano i motti di spirito e gli scherzi. Più volte se l’era cavata d’impiccio in situazioni difficili con battute ben trovate, e disse che se avesse dovuto scrivere un trattato di governo ad uso dei prìncipi, avrebbe consigliato come prima cosa di seguire il suo esempio. Quando era ancora cardinale, un poetucolo aveva scritto su di lui una satira ingiuriosa, piuttosto maldestra. Lambertini gliela rimandò corretta e migliorata in più punti, dicendogli che in quella forma avrebbe avuto senz’altro più fortuna. Horace Walpole, figlio del primo ministro inglese, aveva composto invece un poema nel quale lo chiamava il papa migliore tra tutti i duecentocinquanta che si erano succeduti dopo Pietro, e il miglior principe dell’Occidente. Benedetto rispose dicendo che in effetti lui era come le statue della facciata di San Pietro, che a vederle da lontano fanno un’ottima figura, ma quando ci si avvicina sono tutta un’altra cosa.
Si lasciava spesso andare alla parlata bolognese anche in occasioni ufficiali, e in particolare non riusciva a liberarsi dell’intercalare «cazzo». Siccome da molte parti gli rimproveravano di essere un po’ troppo sboccato per un pontefice, aveva incaricato il suo affezionatissimo maestro di camera monsignor Boccapaduli (che lui chiamava «mostro di camera », perché era bruttissimo) di stargli sempre accanto durante le udienze e di tirargli la tonaca ogni volta che gli fosse sfuggita quella parola di bocca. Una mattina presto si presentarono i camerieri segreti a riferire come al solito sugli avvenimenti cittadini. C’era stato, dissero, un incendio nel rione Monti. «Cazzo! Ci sono morti?», chiese il papa. Subito Boccapaduli dette una strattonata alla tonaca, e il papa sottovoce: Avi rason… Continuando il racconto dei fatti di Roma, ogni volta il papa li commentava con un «cazzo!», e ogni volta il servitore dava uno strappo. Alla fine, stanco di tutto quel tirare, gli urlò contro: «Hai rotto i coglioni Boccapaduli! Cazzo cazzo cazzo! La voglio santificare questa parola! Voglio dare l’indulgenza plenaria a chi la pronunci almeno dieci volte al giorno!». E da allora, nessuno ebbe più da ridire sul suo modo di parlare.
Un giorno, era anzi notte, si precipitò negli appartamenti papali un monsignore, che aveva fama di uomo semplice e ingenuo, ma buono, ed era per questo molto amato dal pontefice. Erano passate le undici, e Benedetto era già a letto da più di un’ora. Il monsignore sembrava in uno stato di agitazione estrema: «C’è una cosa gravissima che devo assolutamente comunicare al papa – disse ai camerieri che cercavano di trattenerlo –, ne va delle sorti della Chiesa stessa ». Girava per la stanza levando le mani al cielo, disperato e smanioso: «Vi prego, sono sicuro che il papa domani si arrabbierà moltissimo se non lo avvertiremo subito». Alla fine i camerieri si decisero a svegliarlo. «Che è successo?», chiese Benedetto. Il monsignore con frasi spezzate e interrotte da «ohimé ohimé» biascicava di uno scandalo gravissimo: «Signore, Gesù e Maria, datemi la forza di dirvelo, è cosa talmente enorme, mostruosa che non si può neppure immaginare». «Allora? Parlate dunque», disse il papa, che cominciava a preoccuparsi e ad arrabbiarsi allo stesso tempo. Alla fine il prete, con la faccia atteggiata al raccapriccio più orrendo, passandosi più volte la mano sulla fronte sudata, mormorò con un filo di voce, come se inghiottisse un ripugnante boccone: «Santità, nel monastero tal dei tali è stata trovata una monaca incinta». «Cazzo! – disse il papa – Da come la facevate lunga pensavo fosse incinta un frate! Ma dico, voi mi svegliate per questo? Non se ne può parlare domani? Anche se sono il papa non ho mica la virtù di cambiare lo stato di una donna gravida! Lasciate dormire questo povero vecchio, va là». E tornò a letto
