«Quella croce rappresenta tutti»

Pubblico in parte le riflessioni che fa la Ginzburg sulla dimensione simbolica del crocifisso, una dimensione che supera quella puramente religiosa evidenziando le contraddizioni dell’essere umano. Ed è umano, troppo umano, quel piccolo, fragile bambino che nasce nella capanna di Betlemme. Il suo pianto è il pianto di ogni uomo!

Brilla la luce nel buio, ogni flebile vento può spegnerla perché non c’è motivo, non c’è un concreto e razionale motivo di esistere.  Anche se riflessioni come quella della Ginzburg sono comunque illuminanti, un confronto razionale fra menti aperte al dialogo, ma ciò che è ordinato non necessariamente prevale sul Caos che caratterizza il nostro mondo.

Ma è dal mistero che nasce l’Amore sulla Terra – non certo da evidenze razionali – e provare a spiegare l’Amore è altamente illogico, una vera contraddizione. L’Amore infatti è la Trascendenza che irrompe nella Storia affinché ogni fine sia un nuovo inizio proiettato nell’ Eternità!

Buon Natale!

«Quella croce rappresenta tutti», di Natalia Ginzburg, L’Unità, 22 marzo 1988

«Quella croce rappresenta tutti» è il titolo apparso su L’Unità il 22 marzo 1988 firmato da Natalia Ginzburg ebrea atea, una riflessione pacata in risposta a futili polemiche.

Quella croce rappresenta tutti

di Natalia Ginzburg


… il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E’ l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente.

La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo forse smettere di dire così? Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. E’ muto e silenzioso. C’è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte dei muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa dì particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati. Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e dei prossimo.

Chi è ateo, cancella l’idea di Dio ma conserva l’idea dei prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. E’ vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici. Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l’esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando esattamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto.

Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a veder quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte dei muro. Ma se ci viene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perchè saranno saziati”. Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti. Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi non farebbe che scacciare mercanti. Per i veri cattolici, deve essere arduo e doloroso muoversi nel cattolicesimo quale è oggi, muoversi in questa poltiglia schiumosa che è diventato il cattolicesimo, dove politica e religione sono sinistramente mischiate. Deve essere arduo e doloroso, per loro, districare da questa poltiglia l’integrità e la sincerità della propria fede. lo credo che i laici dovrebbero pensare più spesso ai veri cattolici. Semplicemente per ricordarsi che esistono, e studiarsi di riconoscerli, nella schiumosa poltiglia che è oggi il mondo cattolico e che essi giustamente odiano. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde dei mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. E’ tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.

Non piangere

SE MI AMI NON PIANGERE

Se mi ami non piangere!
Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento
in questi orizzonti senza fine,
e in questa luce che tutto investe e penetra, tu non piangeresti se mi ami.

Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio, dalle sue espressioni di infinità bontà e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.

Le cose di un tempo sono così piccole e fuggevoli al confronto.
Mi è rimasto l’affetto per te:
una tenerezza che non ho mai conosciuto.

Sono felice di averti incontrato nel tempo, anche se tutto era allora così fugace e limitato.

Ora l’amore che mi stringe profondamente a te, è gioia pura e senza tramonto.

Mentre io vivo nella serena ed esaltante attesa del tuo arrivo tra noi, tu pensami così!

Nelle tue battaglie,
nei tuoi momenti di sconforto e di solitudine, pensa a questa meravigliosa casa, dove non esiste la morte, dove ci disseteremo insieme, nel trasporto più intenso alla fonte inesauribile dell’amore e della felicità.

Non piangere più, se veramente mi ami!

(Sant’Agostino)

LA MORTE NON È NIENTE

La morte non è niente. Sono solamente passato
dall’altra parte: è come fossi nascosto nella
stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che
eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato,
che ti è familiare; parlami nello stesso modo
affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare
tono di voce, non assumere un’aria solenne o
triste. Continua a ridere di quello che ci faceva
ridere, di quelle piccole cose che tanto ci
piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di
prima: pronuncialo senza la minima traccia
d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che
ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una
continuità che non si spezza. Perché dovrei
essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente,
solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono
lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro
l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio
cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi
ami: il tuo sorriso è la mia pace.

Sant’ Agostino

Pieghe dell’esistenza!

Ho voluto condividere questa splendida riflessione di Giovanni Allevi nella speranza che di fronte al nichilismo che si erge imperioso nella storia dell’umanità, fatto dall’irrazionalità delle guerre, dallo sfruttamento e povertà spirituali e materiali…

Ebbene di fronte a tutto ciò, per qualche motivo non razionale ma intimamente reale, deve prevalere la vita e l’amore che sta alla base dell’esistenza! Il caos è come uno squilibrio tellurico che continuamente cerca di espandere le sue crepe riportandoci al nulla. Il caos è umano, l’amore che non ci abbandona mai è divino. Niente accade per caso nonostante la libertà sia la vera essenza di ogni uomo! Quante cicatrici nel dolore, quante ancora dovremmo subire. Ma come dice Allevi l’infinito ci avvolge, ci culla e sostiene, credere nella vita è l’unica cosa che non si può mai smettere di fare.

Leone XIV: ammazza che sberle!!!👇

👉Ai benpensanti e ai tromboni della propaganda🤦, a quelli che sono sempre pronti ad esaltare o denigrare in funzione del pensiero unico dominante!!! L’antidoto è il Vangelo che deve essere rimesso al centro delle nostre vite.

“Ridurre Gesù a leader o superman è ateismo di fatto”. Così Leone XIV nell’omelia della sua prima messa. “In molti contesti la fede è considerata una cosa assurda. Si preferiscono tecnologia, denaro, successo, potere,…”

https://www.laquilablog.it/la-croce-di-collemaggio-sui-paramenti-di-papa-leone-xiv/

Egli richiama la responsabilità della Chiesa di Roma, “chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale”, citando sant’Ignazio di Antiochia: “Sarò veramente discepolo di Cristo quando il mondo non vedrà il mio corpo”. Queste parole, pronunciate prima del martirio, diventano per il Papa un programma spirituale: “Sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”. È un’autodefinizione del ministero petrino come offerta totale, segnata dalla grazia di Dio e sostenuta “dalla tenerissima intercessione di Maria, madre della Chiesa”.

Perdono!

Alla fine il vero perdono è quello che ognuno di noi dovrebbe avere verso sé stessi! Gesù, che nel post di Stefano è spesso citato, dice chiaramente : Ama il tuo prossimo come te stesso! Che poi alla fine del post è ciò che dice anche Stefano. Non c’è vero amore che non nasca per primo all’accettazione di se stessi! Questo è il punto di partenza di una radicale trasformazione che ogni essere umano dovrebbe fare in una vera ottica evolutiva volta all’amore e al perdono. Noi, ognuno di noi, siamo all’origine dell’esistenza che si ripete nel miracolo della nascita. Ognuno di noi dovrebbe brillare di questo dono e da lì espandersi in un miracolo d’amore. Ma vi lascio al post di Stefano.

Dio perdona sempre tutti! Mi sembra che la frase detta dall’attuale papa suoni più o meno così. A parte che il Dio dei Cristiani, cattolico o no, il Dio degli ebrei o dei musulmani, perché sempre dello stesso Dio stiamo parlando, a me è sembrato sempre tutto meno che misericordioso, anzi io lo vedo alquanto vendicativo, quando non rispetti i suoi comandamenti o il volere dei suoi rappresentanti sulla terra, ossia le varie gerarchie sacerdotali di tutti i grandi culti monoteistici. Parliamo delle varie dannazioni eterne, delle scomuniche, degli inferni, delle torture e dei roghi, parliamo della Jihād, ma anche dell’espansione, fino a quanto non si sa, del territorio per il “popolo eletto”, il tutto sempre sponsorizzato dall’Unico Dio. Comunque di quello che faccia un Dio o la moltitudine delle divinità venerate in tutto il mondo, ce ne sono circa 1800, è un qualcosa che riguarda l’esistenza nel dopo morte, alla quale io credo, ben inteso. Ben più importante, però, è l’esistenza nella vita attuale, poiché è questo il campo in cui adesso possiamo agire e modificare la realtà circostante. Quello che ci chiede il papa è di perdonare, cioè, se uno è retto e giusto e, quindi, si merita il paradiso, perdona.
E perché?
Cioè, chi sono io, o chiunque altro, per poter perdonare? E chi è chiunque altro per poter perdonare me se ne combino una, magari grossa?
È evidente che l’atteggiamento di chi perdona è quello di qualcuno che si pone al di sopra del perdonato: io sono retto, tu no perché hai sbagliato, quindi io sono, ancora di più, migliore di te perché, addirittura, ti perdono. È l’apoteosi della presunzione. Come se non sbagliassimo tutti, spesso e volentieri, e come se non tutti avessimo qualche cosa da farci “perdonare”. Quello che accade invece è che se qualcuno te ne combina qualcuna tu ti incaz… ti adiri, e facilmente ti viene da meditare una bella vendetta, altro che perdono, ed è perfettamente naturale. Il: “porgi l’altra guancia” di Cristica memoria è valida in contesti di elevatezza spirituale non alla nostra portata, deve presupporre, appunto, la perfetta consapevolezza dell’immortalità dell’anima e della illusorietà del mondo materiale. Non la semplice fede, imposta per lo più dalle gerarchie religiose ed adottata ipocritamente, ma il ricordo e la cognizione della vita nell’oltre, della vera vita.
Nei telegiornali si sente spesso dire in occasione dell’omicidio di un qualche caro: Io ho fede nella magistratura… quello che voglio è solo giustizia… ed altre ipocrisie di questo tipo. Ma la realtà è che se vedi una zanzara, prima che lei ti pizzichi, tu la schiacci e ne provi anche una certa soddisfazione, è una questione di autodifesa. L’autodifesa è legittima, sempre e comunque, altrimenti l’umanità si sarebbe estinta già da tanto. Invece che di perdono io parlerei di condivisione: mi rendo conto dei tuoi errori perché sono simili ai miei, semplicemente mi fai da specchio, ma il perdono predicato dalle varie religioni non serve a nulla e non è evolutivo. Molto meglio subire gli effetti degli errori fatti, così si impara, meglio subire le vendette o la giustizia terrena. Certo, in persone poco evolute, le vendette potrebbero scatenare delle faide, ma non c’è altro modo per apprendere.
Il vero perdono è quello che ognuno dà a sé stesso nel momento in cui smette di attuare quei comportamenti non etici che producono infelicità negli altri e, soprattutto, in noi. Quando comincia ad affacciarsi la consapevolezza che: fare del bene, aiutarsi, collaborare, solidarizzare, amare… produce felicità, a quel punto ci si perdona di tutto il trascorso e si intraprende una nuova strada ben più evolutiva. Questo è il vero pentimento, non di certo quello ottenuto in confessionale: una vera e propria presa di coscienza che non aspetta il perdono di nessun uomo, di nessun sacerdote né, tanto meno, di un Dio. Ognuno è giudice a se stesso, ognuno è artefice della propria felicità.

Una goccia di dolcezza!

https://x.com/marco_valsesia/status/1871807703900704914

L’asino e il pozzo

Un giorno l’ASINO di un contadino cadde in un pozzo. L’animale pianse e ragliò duramente per ore mentre il contadino cercava di fare qualcosa a riguardo. Alla fine decise che l’asino era troppo vecchio e il pozzo era asciutto da molto tempo e aveva già bisogno di essere tappato, pertanto non valeva davvero la pena tirare fuori l’asino dal pozzo. Chiamò i suoi vicini, ognuno prese una pala e iniziarono a gettare terra nel pozzo. L’asino resosi conto di quello che stava succedendo si mise a piangere e ragliare orribilmente. A un certo punto con sorpresa di tutti l’asino smise di lamentarsi dopo alcune palate di terra. Il contadino guardò in fondo al pozzo e si stupì di ciò che vide… Con ogni palata di terra, l’asino stava facendo qualcosa di incredibile: batteva la terra con gli zoccoli e faceva un passo sopra la terra. Molto presto tutti videro con sorpresa l’asino arrivare fino alla bocca del pozzo, passare sopra il bordo e uscire trottando.

Esopo, VI sec. a. C.

Commento tratto dal web __

La vita ti getterà a terra, ogni tipo di terra… Il segreto per uscire dal pozzo è batterla e usarla per fare un passo in alto. Ogni nostro problema è un gradino verso l’alto. Possiamo uscire dai pozzi più profondi se non ci arrendiamo… Usa la terra che ti gettano per andare avanti. Ama di più, compatta la terra, perchè in questa vita bisogna essere una soluzione, non un problema. E lascia che i veri somari siano gli altri. 🤗

Comnento mio___

Non è facile trovare una soluzione ai problemi che ci sovrastano, a volte li subiamo e impariamo a conviverci. Per questo motivo quando tutto ci crolla addosso chi ha la forza di reagire ne può venire fuori. Quello che è certo è che bisogna contare solo su sé stessi, non sono mai gli altri la soluzione anche se possono essere importanti nel pozzo profondo della vita siamo soli. E il cielo azzurro che si intravede è davvero lontano ma pur sempre in grado di farci sperare in un nuovo inizio.

I sorprendenti aneddoti del cardinale Lambertini, papa Benedetto XIV

PROSPERO LAMBERTINI nacque a Bologna il 31 marzo 1675.

Il 17 agosto 1740 fu eletto papa con il nome di BENEDETTO XIV.

Certamente fu il più erudito e il più colto dei papi del suo secolo, distinguendosi, in modo speciale, come canonista
.

Ma molti furono gli aneddoti che lo resero davvero unico anche per altre sue qualità, davvero sorprendenti per un papa dell’epoca (di qualsiasi epoca direi)!

Due aneddoti sulla sua vitaquotidiana di quest’uomo veramente superiore. Il mattino senza alcun cerimoniale andava in città in questa o in quella chiesa romana a celebrare la messa. Nel pomeriggio sbrigati gli affari di stato, verso sera a piedi passeggiava per le vie di Roma, da solo, come un qualunque prelato, con una predilezione per i quartieri popolari, come in Trastevere dove “si tratteneva nel modo più gioviale sulla via con gente anche di bassa condizione”. Altra novità fu quella di aprire il giardino del Quirinale per impartire udienze. Nel periodo estivo, che trascorreva a Castel Gandolfo, anche lì solo soletto, appoggiandosi alla sua canna, lo si poteva incontrare nelle selve a godersi il fresco, o mentre si intratteneva con i campagnoli” (Pastor, XVI,I).

Ed ora ecco un estratto dal testo di Dino Baldi, Vite efferate di papi, Quodlibet Compagnia Extra 2015

Benedetto XIV Lambertini
di Dino Baldi

Del modo arguto e schietto col quale gestiva gli affari pubblici e privati.

Questo non vuol dire che papa Benedetto non sapesse stare in società; la sua franchezza amabile sembrava anzi il frutto più raffinato della sua educazione. Nei salotti era perfettamente a suo agio: brillante, arguto, elegante parlatore. Gli piacevano i motti di spirito e gli scherzi. Più volte se l’era cavata d’impiccio in situazioni difficili con battute ben trovate, e disse che se avesse dovuto scrivere un trattato di governo ad uso dei prìncipi, avrebbe consigliato come prima cosa di seguire il suo esempio. Quando era ancora cardinale, un poetucolo aveva scritto su di lui una satira ingiuriosa, piuttosto maldestra. Lambertini gliela rimandò corretta e migliorata in più punti, dicendogli che in quella forma avrebbe avuto senz’altro più fortuna. Horace Walpole, figlio del primo ministro inglese, aveva composto invece un poema nel quale lo chiamava il papa migliore tra tutti i duecentocinquanta che si erano succeduti dopo Pietro, e il miglior principe dell’Occidente. Benedetto rispose dicendo che in effetti lui era come le statue della facciata di San Pietro, che a vederle da lontano fanno un’ottima figura, ma quando ci si avvicina sono tutta un’altra cosa.
Si lasciava spesso andare alla parlata bolognese anche in occasioni ufficiali, e in particolare non riusciva a liberarsi dell’intercalare «cazzo». Siccome da molte parti gli rimproveravano di essere un po’ troppo sboccato per un pontefice, aveva incaricato il suo affezionatissimo maestro di camera monsignor Boccapaduli (che lui chiamava «mostro di camera », perché era bruttissimo) di stargli sempre accanto durante le udienze e di tirargli la tonaca ogni volta che gli fosse sfuggita quella parola di bocca. Una mattina presto si presentarono i camerieri segreti a riferire come al solito sugli avvenimenti cittadini. C’era stato, dissero, un incendio nel rione Monti. «Cazzo! Ci sono morti?», chiese il papa. Subito Boccapaduli dette una strattonata alla tonaca, e il papa sottovoce: Avi rason… Continuando il racconto dei fatti di Roma, ogni volta il papa li commentava con un «cazzo!», e ogni volta il servitore dava uno strappo. Alla fine, stanco di tutto quel tirare, gli urlò contro: «Hai rotto i coglioni Boccapaduli! Cazzo cazzo cazzo! La voglio santificare questa parola! Voglio dare l’indulgenza plenaria a chi la pronunci almeno dieci volte al giorno!». E da allora, nessuno ebbe più da ridire sul suo modo di parlare.

Un giorno, era anzi notte, si precipitò negli appartamenti papali un monsignore, che aveva fama di uomo semplice e ingenuo, ma buono, ed era per questo molto amato dal pontefice. Erano passate le undici, e Benedetto era già a letto da più di un’ora. Il monsignore sembrava in uno stato di agitazione estrema: «C’è una cosa gravissima che devo assolutamente comunicare al papa – disse ai camerieri che cercavano di trattenerlo –, ne va delle sorti della Chiesa stessa ». Girava per la stanza levando le mani al cielo, disperato e smanioso: «Vi prego, sono sicuro che il papa domani si arrabbierà moltissimo se non lo avvertiremo subito». Alla fine i camerieri si decisero a svegliarlo. «Che è successo?», chiese Benedetto. Il monsignore con frasi spezzate e interrotte da «ohimé ohimé» biascicava di uno scandalo gravissimo: «Signore, Gesù e Maria, datemi la forza di dirvelo, è cosa talmente enorme, mostruosa che non si può neppure immaginare». «Allora? Parlate dunque», disse il papa, che cominciava a preoccuparsi e ad arrabbiarsi allo stesso tempo. Alla fine il prete, con la faccia atteggiata al raccapriccio più orrendo, passandosi più volte la mano sulla fronte sudata, mormorò con un filo di voce, come se inghiottisse un ripugnante boccone: «Santità, nel monastero tal dei tali è stata trovata una monaca incinta». «Cazzo! – disse il papa – Da come la facevate lunga pensavo fosse incinta un frate! Ma dico, voi mi svegliate per questo? Non se ne può parlare domani? Anche se sono il papa non ho mica la virtù di cambiare lo stato di una donna gravida! Lasciate dormire questo povero vecchio, va là». E tornò a letto

Alzati e cammina

Vedete le illustrazioni qui sopra? Sono emblematiche di come una parte dell’umanità viva “al di sopra delle proprie possibilità” parassitando gli altri. Il mondo va così da sempre e “aspetta e spera” impera. Ma prima o poi ci sarà una ri-evoluzione della coscienza collettiva?

Post di Stefano

La morale è una moda, ma, mentre le mode sono proposte da logiche commerciali, la morale lo è da logiche di potere. Ogni centro di potere infatti, che sia politico, religioso, culturale o scientifico, adotta per autoreferenziarsi e rafforzarsi precise norme morali.
È solamente uno dei tanti strumenti, tra i quali uno dei più importanti è la paura… magari di una malattia mortale, della coercizione con la forza, dell’informazione manipolata, della messa in ridicolo dei liberi pensatori, eccetera.
Ben altra cosa è l’etica e uno o ce l’ha o non ce l’ha. È un qualcosa legato alla coscienza, al senso di responsabilità. È un qualcosa legato alla cultura, all’educazione… quella vera, del buon padre e madre di famiglia. Una morale si può imporre: un determinato costume sessuale, per esempio, è considerato riprovevole, anche se vissuto tra adulti consenzienti, quando è stato etichettato peccaminoso, perché un determinato Dio non vuole. Quindi, anche tra persone dotate di etica, può essere imposta una determinata morale, con l’unica giustificazione di compiacere ad un potere superiore che sia materiale o metafisico. Le stesse persone dotate di etica, senza vincoli morali, sicuramente non stuprerebbero o non adotterebbero comportamenti pedofili, mentre non avrebbero problemi ad avere rapporti con partner adulti e consenzienti. In una società, ovviamente, si pone il problema di vietare i comportamenti non etici, per lo meno quelli che comportano danni gravi al singolo o alla società stessa, ma questo si può ottenere attraverso l’imposizione e l’applicazione di leggi specifiche senza il bisogno di scomodare o inventare codici morali. Le persone dotate di etica provano rispetto per gli altri e per se stessi. Il rispetto è una cosa che ognuno di noi ama ottenere, va da sé che se lo si vuole guadagnare bisogna anche darlo.
Il potere, infine, promuove la propria morale anche nelle storie di intrattenimento, che siano favole per bambini, film, romanzi, eccetera. Non che non siano presenti “storie” contenenti una morale diversa, ma la diffusione massiva e la promozione appartiene alle narrazioni favorenti la morale imposta. Di solito il messaggio che vuole trasmettere, compiacente al potere, è in estrema sintesi “aspetta e spera”: la Bella Addormentata deve attendere il bacio dell’innamorato, Cappuccetto Rosso avrà la salvezza dal cacciatore che apre la pancia del lupo, Superman che salva il mondo dal malvagio… si possono fare migliaia di esempi in cui la morale è sempre quella: stai buono che arriverà l’eroe, il principe azzurro, il papà, l’autorità, il Dio che metterà le cose a posto, magari anche fosse dopo la morte, nell’aldilà. L’importante è che tu stia buono, tanto tu non vali abbastanza, non ci puoi riuscire.
Nei miti e nelle fiabe antiche, invece, la “morale” era ben diversa: il debole, il sottomesso, lo svantaggiato doveva rimboccarsi le maniche per riuscire, attraverso l’uso della SUA forza, della SUA astuzia o intelligenza, ad avere la meglio sull’oppressore. Il messaggio in sintesi era “alzati e cammina”: la Cenerentola originaria approfittava dell’assenza delle megere per andare al ballo e conoscere il principe, Cappuccetto Rosso originario spanciava il lupo e recuperava la nonna, Ulisse, pur se Re, era nettamente in svantaggio contro Polifemo, eppure …
Non a caso “alzati e cammina” è la frase che il Cristo dice a Lazzaro e, sempre non a caso, “aspetta e spera” è il ritornello della famosa canzone del ventennio fascista.

San Giovanni Bosco

Grazie a lui ancora oggi i Salesiani sono un’istituzione sparsa in tutto il mondo volta ad educare e ad aiutare i giovani. Oggi più che mai c’è bisogno di educare la persona, c’è bisogno di un’educazione integrale!

Siogiovanni

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