Mio fiume anche tu

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[…] Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.

Giuseppe Ungaretti, da Il Dolore (1937.1946) Roma occupata

Ecco, oggi 29 novembre è la prima domenica di Avvento e con questo estratto della poesia di Giuseppe Ungaretti “Mio fiume anche tu” ci prepariamo all’Evento dell’incarnazione, al “la Parola divenne carne” del Prologo del vangelo di Giovanni. Una perfetta trascendenza della Parola creatrice che entra nella storia umana attraverso Gesù di Nazaret. Giuseppe Ungaretti si affida alla Fede in Cristo “astro incarnato nelle umane tenebre” per superare il dolore per la morte del figlio Antonietto a soli 9 anni in seguito ad un’appendice mal curata. Un dolore che ho fatto mio, leggendo questi versi, piangendo per la loro cruda bellezza, per come riescono ad imporre la sofferenza viva di un padre straziato.

<<Mi si è fatto osservare che in un modo all’estremo brutale, perdendo un bimbo che aveva nove anni, devo sapere che la morte è la morte. Fu la cosa più tremenda della mia vita. So cosa significhi la morte, lo sapevo anche prima; ma allora, quando mi è stata strappata la parte migliore di me, la esperimento in me, da quel momento, la morte. Il Dolore è il libro che di più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi.>> Giuseppe Ungaretti

Eppure leggetela la poesia, o perlomeno la parte finale che ho pubblicato; leggetela e capirete che quel ripetere incessante “Santo, santo che soffri” altro non è che vedere il volto di Cristo nel suo volto riflesso in uno specchio, specchio di dolore e di speranza, che riedifica l’uomo nella fede! Non siamo soli, nonostante tutto… non siamo soli!

E con questa certezza prepariamoci al santo Natale.

Il mio credo

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Premetto che le considerazioni scientifico-religiose che seguono nel post sotto sono di Stefano e che quindi costituiscono il SUO CREDO! E visto che lui ha piacere di interloquire con i lettori, provo ad iniziare io con le mie idee in proposito. Personalmente ho un’altra concezione della vita, IO CREDO che la sua origine dipenda da un evento assolutamente trascendente! Condivido perfettamente che alla base di ciò ci sia un atto d’amore, ma la purezza di questo atto presuppone la sua assoluta gratuità e ciò è possibile solo se il Principio Creatore (Dio) è trascendente. La creazione non è un evento necessario, essa è dominata dalla contingenza assoluta. Si regge solo sull’infinito amore di Dio, un Essere in cui l’Essenza e l’esistenza coincidono (ciò significa che pensare Dio significa pensarlo necessariamente come esistente). Il mistero della creazione è allo stesso tempo il mistero di Dio, che è tutt’altro che un dominatore, anzi! Concludo affermando che ogni singola considerazione fatta da Stefano presuppone la capacità di vedere le cose dall’esterno: siamo esseri finiti aperti alle trascendenza! Razionalmente parlando aggiungo che se la realtà in cui stiamo tutti vivendo fosse davvero dominata da un principio immanente bisognerebbe chiedersi se la consapevolezza di ciò ci renda superiori ad essa, visto che è innegabile la nostra capacità di andare oltre! Se c’è un Tutto noi siamo già altro da questo tutto e ognuno di noi racchiude in sé l’universo intero superandolo! Perché l’Amore è andare oltre sé stessi, verso il Tu che ci costituisce, nella sua infinita misericordia, nonostante la nostra imperfezione, il nostro infinito EGOismo, nonostante tutto…

Post di Stefano

Forse e giustamente non interesserà a nessuno, ma a me piace parlarne: così, magari, chiarisco anche un po’ meglio le idee. Qualora qualcuno fosse interessato a leggere e volesse dissentire, sarebbe interessante interloquire. Farò una disamina assolutamente e volutamente razionale, non perché non trovi “valore” nel “sentire” del livello emozionale, ma solo perché non posso fornire prove tangibili a delle sensazioni soggettive.

Intanto vorrei subito chiarire in che cosa NON credo.

Non credo nell’alieno dotato di superpoteri, con l’aggravante della vendicatività, che un giorno si è svegliato annoiato ed ha deciso di creare il cielo e la terra. Così come viene descritto, per il popolino, dalla maggior parte delle grandi religioni ufficiali.

Non credo che questa Entità chiamata di solito Dio, se esiste in questa accezione, abbia bisogno di intermediari come: preti, rabbini, imam, santi & santoni, sciamani, eccetera. Se questa Entità esistesse e volesse comunicare direttamente lo potrebbe fare. Per cui tutte le sovrastrutture tipo Chiese e Religioni Organizzate sono solo centri di potere autoreferenziali.

Non credo inoltre che questa Entità possa essere trascendente, lontana, indipendente ed irraggiungibile, un altro essere insomma o una sorta di superuomo staccato da tutto il resto e per il quale la nostra massima aspirazione sarebbe quella di riuscire a vivere alla sua presenza in un continuo ed ineluttabile stato di inferiorità. No!

Non credo infine al peccato originale od a qualsiasi altro artificio che possa farci vivere nel perpetuo senso di colpa. È chiaro come il sole che si tratta di uno strumento fondamentale finalizzato al potere delle gerarchie religiose.

Però, dall’evidenza delle cose che ho studiato, anche la teoria atea ed evoluzionista nuda e cruda non può spiegare l’universo, non può spiegare quella cosa chiamata vita e soprattutto non può spiegare l’uomo.

Intanto c’è la questione della “complessità irriducibile”, per cui l’evoluzione della vita può avvenire da un certo punto in poi, ma prima di quel punto è necessaria una tale quantità di combinazioni favorevoli così enorme, da rendere impossibile l’inizio della vita stessa e quindi della sua evoluzione. Sto parlando di probabilità così basse che, per verificarsi, la durata della vita dell’universo stesso moltiplicata un miliardo continuerebbe a non bastare. Hanno calcolato che per mettere insieme nella giusta posizione i 400 amminoacidi che occorrono per formare “casualmente” il più piccolo e semplice essere vivente la probabilità è di 1 fratto10 alla 47 esima. Uno seguito da 47 zeri… che numero è? Prima della magica combinazione qualsiasi altra cosa è un minerale che non può evolvere. Se poi si considera che gli UFO esistono (ormai anche il Pentagono lo ha ammesso) e che con Hubble si continuano a scoprire pianeti abitabili, si potrebbe ipotizzare che la vita possa essere diffusa nell’universo anziché esserne una eccezione.

Inoltre l’evoluzionismo della vita, in cui io credo da un certo punto in poi, non spiega nel modo più assoluto l’uomo. La stessa epigenetica riesce a dare solo una bella accelerata, ma non sufficiente.

L’uomo è un organismo anti-evoluzionista. Perdente. Si sarebbe estinto alla prima generazione. A cominciare dal fatto che non ha un habitat suo. Non esiste al mondo un solo ambiente dove l’uomo, senza modificazioni artificiali, senza antropizzazione, possa sopravvivere. Ma le modifiche artificiali bisogna inventarle, impararle per renderle consuete e bisogna poi realizzarle. Questo richiede ben più di una generazione.

Ci sono poi caratteristiche così assurde ed uniche riguardo la nostra conformazione fisica, da risultare inconciliabili con l’evoluzione, come, ad esempio:

la crescita infinita dei capelli che, nel correre e nello scappare, possono impigliarsi ai rami degli alberi e farci inciampare; la mancanza di peli, piume o squame che ci avrebbero difeso da caldo, freddo e soprattutto dal Sole; la mancanza di organi di attacco o di difesa dai predatori, quali zanne, artigli o corna; l’assenza di un apparato locomotore veloce poiché, con i soli due arti dedicati, gli spostamenti risultano lentissimi; l’abnorme volume del cranio che costringe le femmine a partorire ben prima dell’autosufficienza del cucciolo, unica eccezione tra tutti i mammiferi.

Tutte caratteristiche che nessun altro animale ha, né potrebbe avere pena l’estinzione immediata, e che invece erano già presenti dall’inizio della preistoria nell’homo sapiens-sapiens, quello intelligente come noi e simile a noi nell’aspetto fisico.

L’unica arma, molto potente, che ci permette di sopravvivere ed anche di diventare i padroni del mondo è la nostra intelligenza. Ma questa da sola, senza un substrato, senza una comunità preesistente, non può nulla contro le insidie della natura. Non credete alla favola di Tarzan! Se lasciaste un neonato da solo in un qualsiasi habitat terrestre morirebbe subito. Se ci si provasse con milioni di esemplari morirebbero subito tutti. Ed è questa la condizione in cui si sarebbero trovati i primi sapiens.

La fisica dell’infinitesimale o Quantistica ha portato a scoperte incredibili tali da capovolgere la consolidata visione meccanicistica del mondo e dell’uomo espressa dalla Fisica classica. Ad esempio, la dimostrazione scientifica che la volontà dello sperimentatore modifica l’esito dell’esperimento apre a scenari finora impensabili, poiché l’uomo, in teoria, è in grado di compiere quei “miracoli” finora ritenuti di esclusivo appannaggio divino. Questo aspetto, tra l’altro, mi convince a favore dell’immanenza dell’Entità.

Bene, finora non ho mai parlato di “fede” e continuerò a non farlo, semplicemente perché quello che si prova a livello emozionale ed irrazionale potrebbe, anche se non necessariamente, avere altre cause: ad esempio, la ricerca di una consolazione potrebbe essere indotta dalla paura della morte, così come le endorfine possono indurre a uno stato di coscienza alterato. Questo non significa che io, come tutti, non provi o non abbia mai provato sensazioni di super coscienza, di fede o di convinzioni irrazionali, solo che, non potendone provare la consistenza, ritengo inutile parlarne.

I teologi mi fanno ridere.

Ora arriviamo al dunque, non potendo spiegare l’esistenza e la forma “attuale” del TUTTO né nella teoria creazionista né in quella evoluzionista tout court, a me resta solamente una sorta di “via di mezzo”.

IO CREDO in una forma di intelligenza che permea il tutto, noi compresi. Di un qualcosa che in certe accezioni, se volete, può assumere il nome di DIO per chi è propenso all’ascesi, o di NATURA per chi è propenso al materialismo ateo. In ogni caso il nome non è importante, si tratta di una sorta di legge superiore, a noi inintelligibile, poiché si tratta di una intelligenza di un livello infinitamente superiore al nostro. Di un principio ordinatore. Di un programma causale e mai casuale. Quello che si dice un “motore immobile” insito nell’universo stesso. Presente in ogni singola particella, in ogni fotone, in ogni spazio anche vuoto ed in ogni tempo.

Provo a fare un esempio: un computer è composto da una serie di componenti meccaniche ed elettroniche e da una serie di programmi. Di un Hardware e di un Software. L’uno senza l’altro non potrebbe funzionare. Ma i due componenti insieme, perfettamente funzionanti, non riuscirebbero mai ad assemblarsi “casualmente” da soli, ci vogliono quindi degli inventori e dei realizzatori, degli uomini che poi utilizzeranno le capacità del computer per potenziare le proprie abilità, con la conseguenza che l’energia dell’insieme risulterà superiore alla semplice sommatoria. Ovviamente il computer resta un perfetto idiota, ma con potenzialità enormi. Questo probabilmente è il motivo per cui questa intelligenza infinita, questa Entità, ha partorito la vita. Noi potremmo essere il “computer” dell’Entità, con, però, la possibilità di prendere coscienza del fatto che siamo anche noi parte del tutto e con la prospettiva di riunirci alla fine.

Resta ora da capire quale sia lo scopo di TUTTO questo. Probabilmente il fine ultimo è racchiuso nel nome stesso dell’universo: Uni-verso, verso l’uno. Ma perché l’aumento complessivo della coscienza porta inevitabilmente alla riunificazione? Beh, basta guardarsi intorno ed anche dentro noi stessi.

Se l’universo fosse composto da due sole particelle, che cosa potrebbero fare reciprocamente? Solo due cose: o avvicinarsi fino a toccarsi o dividersi all’infinito. Però, quand’è che si otterrebbe un effetto veramente diverso? Quando ci sarebbe un radicale cambiamento di stato? Solo nel caso dell’avvicinamento! Stare ad una certa distanza o ad un altra… cambia poco.

Faccio un altro esempio, stavolta nel campo della biologia. Prendiamo un microbo unicellulare, dotato di membrana semipermeabile per poter scambiare sostanze con l’esterno. Può aprire le valvole o chiuderle. Quando è chiuso è come se si allontanasse dal resto del mondo, quando è aperto è unito all’ambiente circostante. Se avverte la presenza di sostanze tossiche attorno a sé ovviamente si chiude. Quando percepisce la possibilità di subire un danno, si innesca un dispositivo di autoprotezione chiamato “Paura” che lo porta a chiudersi o ad allontanarsi dal rischio. Però, in quale condizione sopravvive se protratta a lungo? Solo in apertura! Solo se può nutrirsi e se può scaricare i propri scarti può sopravvivere, altrimenti muore. Non solo, ma solo in apertura può riprodursi, perpetuarsi ed evolvere.

Prendiamo ora l’uomo che, nel mondo che conosciamo e per quanto ancora ne sappiamo, è l’organismo più evoluto. Quando è in grado di vivere e prosperare? Solo nella “modalità” aperta! Solo quando può mangiare, respirare, defecare, assorbire l’energia che lo circonda… sopravvive. Non solo: solo quando ha una rete di amicizie ed affetti, quando ha del divertimento, una vita sessuale appagante,… non si ammala, non si deprime e non muore. Solo congiungendosi può riprodursi, solo scambiandosi collaborazione può sopravvivere. In pratica solo “Amando”.

Riprendiamo ora le due particelle, ce la facciamo a dare un nome alle uniche due direzioni che possono avere? Secondo me sì e possiamo chiamare “Amore” la rotta dell’avvicinamento e “Paura” l’allontanamento. Sono solo nomi eh!

C’è un altro aspetto molto importante. In un universo in cui le leggi fondamentali fanno pensare ad un principio di “pigrizia” cosmica in cui ogni stato esistente non si modifica a meno di un consumo di energia e di una volontà specifica (nulla si crea e nulla si distrugge), la consapevolezza che cresce sempre sembrerebbe uno spreco di risorse, poiché le coscienze accresciute svanirebbero poi nel nulla a causa della morte degli organismi biologici. Torniamo all’esempio dei computer: le conoscenze acquisite con le scoperte precedenti non vengono dimenticate ad ogni passaggio verso generazioni di computer più potenti, ma sono capitalizzate e costituiscono la base per evoluzioni successive.

Non sono rari i casi in cui si ricordano sprazzi di vite precedenti, in cui si fanno esperienze di pre-morte oppure di viaggi extracorporei. Tutto questo fa propendere all’idea che “qualcosa” si perpetui, che non nasca ora e che ora non muoia. Una sorta di individualità cosciente, di solito priva della memoria dei fatti concreti, ma che conserva il livello di consapevolezza interiore raggiunto.

Per concludere:

IO CREDO che esista un principio ordinatore che permea ed organizza il tutto.

IO CREDO nella reincarnazione.

IO CREDO che lo scopo finale sia la ricongiunzione del tutto in una unica unità.

IO CREDO che il modo di raggiungere questo scopo sia l’Amore.

Solo per logica eh!

La bava del grande Ragno

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<<La schiavitù è la legge della vita, e non c’è altra legge perché questa deve compiersi senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova, e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente? […] Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto di lieve morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo se tutto è niente?>> tratto da “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa

Un’inquietudine, quella di Pessoa, che pervade ognuno di noi. Il grande Ragno, la sua tela, la bava che ci unisce imprigionandoci…noi siamo i veri artefici di tutto ciò. Schiavi che appartengono ad altri schiavi, una moltitudine fatta di niente e su tutto nulla di umano riesce ad andare oltre! Nulla di umano, appunto… nulla di umano. La Verità non ci appartiene, anche se ci costituisce

Come un sasso nell’acqua

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Ecco la seconda parte del post https://opinioniweb.blog/2020/09/25/lamore-conosce-solo-la-vita/ le riflessioni che seguono sono tratte da un discorso di Osho

“Ma allora come si fa ad amare? L’amore è una cosa che ci pervade, che ci costituisce, sta a noi aprire il cuore e donarlo, lasciarlo andare. Normalmente l’amore nasce nei confronti di una persona cara, oppure di un partner, ma dobbiamo renderci conto che quella persona è solo il centro e non dobbiamo chiuderlo in una prigione con avidità, perché così trasformeremmo il nostro amore in possesso. Se lanciamo un sasso nell’acqua possiamo vedere che dal centro si espandono decine di cerchi concentrici. E’ questo l’effetto che deve provocare l’amore quando ci pervade, può essere diretto ad una persona ma i suoi effetti devono andare oltre, devono coinvolgere il mondo intorno a noi e farne sentire i suoi effetti benefici. Se stai vicino ad una persona che sa amare veramente, tu ne sentirai gli effetti, le sue vibrazioni e ti sentirai amato.

Una persona che ama è sempre viva perché si rinnova continuamente nel dare. L’amore non è una cosa che si esaurisce, più ne dai e più avrai bisogno di darne ancora. E’ nel dare che ti rinnovi, che ti senti pieno d’amore e gioisci della vita. E’ come se fossi un pozzo e lasciassi che la gente attorno a te attingesse continuamente alla tua fonte. Non ci sarà mai acqua vecchia in te, ma un continuo rinnovamento, acqua limpida, amore puro. Ricordati che nel nostro mondo ci insegnano solo a ragionare, e la ragione si attacca sempre alle cose , mentre il cuore vuole solo donare. Il cuore è generoso e non potrà mai essere avaro. Vivi con leggerezza e non lasciarti prendere dal mondo, con le sue false ricchezze, i suoi falsi amori, i suoi falsi doni…

Non sono importanti le nostre azioni per valutare la vita che facciamo, per sentirci a posto con Dio e con gli altri. Se scegliamo il tipo di vita che vogliamo condurre su questa terra in base al premio che poi pretenderemmo di ottenere, allora significa che continuiamo a ragionare secondo il meccanismo del possesso, che non vogliamo perdere niente, che il nostro dare non viene dal cuore. Stiamo brancolando nel buio. Un uomo che ha mancato l’occasione della vita, pensa sempre a qualche altra vita, al senso di quello che accade intorno a lui, al volere raggiungere un certo obiettivo per riceverne il tornaconto. Ma se non sappiamo vivere questa vita che ci è stata donata, questo dipende solo da noi, dalla libertà che ci è stata donata e che nessuno può toglierci : se non cambiamo noi allora anche il paradiso può diventare un inferno. Il paradiso è sempre a nostra disposizione, è nel nostro cuore ma soffocato dagli egoismi di cui non riusciamo a liberarci. E’ un’eterna primavera quella che può nascere dal cuore, sta solo a noi aprire le porte delle prigioni in cui siamo rinchiusi e incominciare a vivere nell’amore. Allora i veli cadranno e vedremo soltanto la verità che è sempre stata a nostra disposizione, ma rifiutata in cambio delle apparenze che ci fanno soffrire.”

Sporcata dal senso

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Avete mai provato la scrittura per “libera associazione”? Far fluire liberamente dal proprio inconscio pensieri, parole, emozioni senza il filtro cosciente che impone la correttezza e soprattutto la coerenza nei discorsi che facciamo a noi stessi e agli altri. Non è strettamente necessario essere guidati da uno psicoterapeuta, piuttosto bisogna calarsi in uno stato di rilassamento profondo e lasciar fluire le parole sulla carta, scriverle prima ancora che il pensiero stesso le possa formulare, correre verso una meta senza averne in realtà alcuna; poi fermarsi quando il senso e la logica ricominciano ad emergere prepotenti e guidare, imporre il suo ferreo controllo! Lacan affermava che anche “l’inconcio è strutturato come una lingua”, il problema è che noi lo silenziamo e celiamo perfino a noi stessi! Girarsi un attimo dall’altra parte può portare a risultati sorprendenti. Era il mese di dicembre del 1999 quando scrissi queste poche righe sotto. Niente di che per chi le leggerà, ma dissero molto al mio io di allora. Erano sporcate dal senso, certo. Ma portarono comunque a confrontarmi con una parte di me nascosta che in seguito fu molto utile imparare a conoscere.

Pulsioni arancioni in cima alla punta del dito uno stivale, tanto per incominciare a riderci sopra. Parlami dell’amore, ne sento l’odore, il sapore, tattile presenza della sua assenza. Insaporire, per non morire, questa vita. Salto dalla finestra oppure cosa mi resta? Salvami Signore, ….. amami presto, è un sesto senso che mi dice del tuo amore verso il professore di vita. Non sono io a poterti insegnare la vita, a me è in gran parte fuggita. Angoscia, misera vita d’angoscia, senza senso il tutto che mi avvolge eppure ci sei tu li ad aspettarmi, amore mio così lontano che non posso vederti, oltre la mia vita…..caduta nel buio dell’angoscia. Chi sei Tu che hai deciso per me? Per noi?

Voi non sapete che cosa significhi vivere nel limite del proprio infinito dolore, quando si muore senza speranza di tornare a nascere come un fiore a primavera. Sei tu che mi amerai ora? Non so con la mente, ti sento con il cuore. (…) o Dio, di dolore è fatta la tua immensa presenza d’amore. Dolore senza limite percepisco nella vita, ci ossessionano i sogni eppure non apriamo gli occhi. Guardiamo negli occhi della gente eppure non sappiamo di dormire, l’onirico sogno è la miseria della nostra vita, ma anche ciò che vogliamo sapere su di noi come esseri che dormono pensando di essere svegli da sempre. Siamo ancora nel guscio, come un grembo materno. Chissà che sogni avevo lì, chiuso vicino al cuore di mia madre. Forse belli quei sogni, più reali di quelli che faccio ora. Sogni metafisici. Ma dov’è il “fisico” se la vita la conduco dall’interno del mio stesso cuore palpitante? Pulsioni, ossessioni, perversioni, eccessi d’amore, paure e anche gioie…sempre per niente. Io produco la mia vita, forse penso d’appoggiarmi a qualcuno, ma davanti a me non c’è nessuno che esiste incidendo su ciò che sono come “Io pensante”!

L’amore conosce solo la vita !

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Mi capita spesso di riflettere sul sistema di vita in cui l’uomo odierno è costretto a vivere, un tipo di società che oggi più di ieri si basa sul denaro e sulle sicurezze e comodità che questo può darci. E’ spaventoso capire che tutto ciò che abbiamo lo dobbiamo ai soldi: la casa, l’automobile, i vestiti, il cibo e tanto superfluo… Possiamo dire che comunque i soldi servono per la sussistenza, che non sono altro che il frutto del nostro lavoro e quindi servono come mezzi di scambio. In realtà le cose non stanno così, perché noi siamo usati dal sistema, veniamo spinti ad aumentare i consumi, a vivere per immagini fasulle, a creare meccanismi di possesso e di potere alla cui base c’è solo il profitto, cioè l’aumento di capitale. Perché il denaro è così importante? Perché ti protegge dall’amore, dalla vita, dalla morte, da Dio. Ecco perché illuminati come Buddha e San Francesco, pur essendo ricchi, vi rinunciarono. La rinuncia è soltanto la comprensione che tutta questa faccenda va contro la vita, contro l’amore, contro Dio. Così hanno semplicemente abbandonato tutto. Non è a causa del denaro che hanno rinunciato, ma perché hanno capito che attraverso la sua protezione non hanno fatto altro che uccidere sé stessi. Badate che io non sto dicendo che nel sistema in cui viviamo sia possibile vivere senza denaro. Anche i santi o gli illuminati devono vivere delle offerte della gente, anche a loro possono servire i mezzi che il progresso ci ha fornito. Ma la differenza fra noi e loro è che essi sanno “amare”, che hanno capito che i soldi sono una nevrosi e servono a crearsi delle sicurezze a cui aggrapparsi. Ma che cosa sono i soldi? Molti di voi diranno di non dare valore al denaro, di spenderlo senza pensarci troppo, di essere generosi… purtroppo il denaro è molto di più di carta moneta, esso incarna tutte quelle manifestazioni della società che si possono “acquistare”: un vestito alla moda, un lavoro di prestigio, una bella macchina nuova… tutto ciò che ci dà delle sicurezze, che ci permette di realizzare i nostri desideri, che ci appaga, generalmente è fornito dal denaro. La sicurezza, il volersi aggrappare a delle sicurezze materiali, mostra che siamo già morti, che non siamo ancora capaci di amare, altrimenti l’amore è una sicurezza sufficiente, non c’è bisogno d’altro.

Riporto un passo di Osho – lo possiamo considerare il più occidentale fra i maestri orientali – che parla dell’amore : <<Un solo attimo d’amore è l’eternità…non c’è più nessuna paura della morte – un amante può morire con molta facilità, con estrema dolcezza. Ha conosciuto la vita e le è immensamente grato. Se l’amore gli è accaduto, anche per un solo istante, ne ha conosciuto la gloria, la benedizione , l’infinita sua grazia. Può perfino ringraziare Iddio per quell’unico istante che gli è stato donato, che forse nemmeno si meritava. Chi è che se lo merita? Nessuno ne è degno. Hai mai pensato al semplice fatto che sei vivo? Sei degno di essere vivo? Come te lo sei meritato? Hai potuto vedere i fiori e gli alberi e gli uccelli nel vento, e il sorgere del sole tante di quelle mattine, e tante di quelle sere… e poi le stelle e i colori della sera, quando la notte arriva con le sue legioni purpuree. Come te la sei guadagnata questa vita? E’ soltanto una grazia, un dono. Tu non ne sei degno, non te lo sei meritato in nessun modo. E’ semplicemente per grazia di Dio che tu esisti…

Ma quando qualcuno arriva a conoscere un solo istante d’amore, tutta questa vita non vale più niente. Allora tutti gli uccelli che hai visto, e tutte le canzoni che hai ascoltato, e tutti i musicisti di questo mondo – niente! A questo punto tutti i fiori della terra non rappresentano più niente. Allora non troverai più nessuna radiosità nel sole e nessuna musica nelle stelle. Se hai conosciuto un solo momento d’amore, vedrai che il mondo intero impallidisce al confronto, diventa opaco e spento, perché in realtà è solo un riflesso, non è una cosa reale.

Se hai conosciuto un solo momento d’amore tu sarai grato all’esistenza per tutta l’eternità e innalzerai canti di ringraziamento al Divino. Allora non ci sarà più nessuna morte, poiché l’amore non sa cos’è la morte, l’amore conosce solo la vita. Tu invece conosci solo la morte. Non hai mai voluto incontrare l’amore, in qualche modo non ci sei voluto mai passare attraverso, ecco perché il denaro è diventato così importante nella vita degli uomini. Il denaro è il simbolo della morte dell’uomo, il denaro è l’amore di un uomo morto.

Prova ad osservare un avaro: non è solo questione di denaro quando afferra una banconota tra le dita. Ho visto una volta un avaro – c’era una passione tale nei suoi occhi mentre guardava quella banconota, mai nessun innamorato ha rivolto uno sguardo così acceso alla sua donna.”

Il problema è che noi facciamo dell’amore una cosa morta, una questione di possesso: ci innamoriamo di una persona e subito nasce in noi la paura di perderla, a volte cerchiamo di legarla a noi e quando l’amore passa l’amato può diventare un oggetto al pari di altre cose che già possediamo e che abbiamo paura di perdere. Siamo avari nei sentimenti, siamo egoisti perché spesso parte tutto dalle nostre esigenze, dalle paure, dal volere possedere ciò che ci da sicurezza. Ma allora come si fa ad amare?>>…

CONTINUA (CASO MAI VI INTERESSI) IN UN PROSSIMO POST…

La Bibbia come una città

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La Bibbia è simile ad una città bellissima.

È attraversata da un fiume di acqua limpida e cristallina, che dà bellezza e vita. La Città della Bibbia ha le sue strade che sono i libri in cui è suddivisa. Le sue case, ossia i capitoli. Le stanze che costituiscono ogni casa sono i versetti. Se ci concentriamo sullo stile architettonico delle strade e degli edifici, possiamo intravedere due zone: una più antica e una più recente. Nella parte antica ci sono 46 strade e in quella nuova 27. Non tutte le strade sono uguali. Ce ne sono di più lunghe e di più corte. Anche le case sono tante e diverse tra loro. Nella parte più antica per esempio c’è il quartiere degli Storici, dei Profeti, dei Saggi. Nella parte più recente c’è il quartiere dei Vangeli, degli Atti degli Apostoli, delle Lettere e dell’Apocalisse.

Vi invito a passeggiare in questa città. Fate attenzione a non perdere mai di vista il fiume. Scoprirete che questo fiume è Gesù Cristo. Sono certo che l’Architetto che l’ha progettata ha saputo pensare alle persone in carne ed ossa, ai bambini. E i muratori che l’hanno costruita hanno pensato anche a noi.

adatt. da Carlos Mesteres, Agenda Biblica, EMI

Oltre l’infinito!

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“Il tempo continua a scorrere? Sfortunatamente sì. Scorre? Che dico, precipita. Il passato aumenta e il futuro diminuisce. Le possibilità si assottigliano, i rimpianti crescono.” Cit. tratta dal libro – Dance dance dance di Murakami

Ma è davvero così? È davvero il passato a schiacciare in un angolo l’avvenire? E la morte? Con la morte il passato e il futuro coincidono annullandosi a vicenda. Perché non può esserci passato senza futuro e il presente è il “motore immobile” dove la coscienza fa ruotare la vita! Il fatto stesso di esistere in un dato tempo e in un dato spazio apre le porte all’eternità, a quel tessuto spazio-temporale sottostante che tiene insieme l’Essere nella sua apparente mutevolezza. Noi siamo sue creature, scintille di vita, come lo sono le stelle nel buio dell’universo. Una luce che continuerà a viaggiare, per sempre, oltre l’infinito!

«Se, dunque, l’Intelligenza divina è ciò che c’è di più eccellente, pensa se stessa e il suo pensiero è pensiero di pensiero.»

«Riguardo al pensiero […] sembra che esso solo possa esser separato, come l’eterno dal corruttibile.»

(Aristotele, Dell’anima, II, 1, 413b)

Riflessioni filosofiche: la linfa della vita

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“Anche le gioie del più profondo affetto sono solo l’ombra della luce”. Franco Battiato


Cos’è che ci divide? Che cosa sono questi gusci impenetrabili che mantengono le emozioni prigioniere di un io tiranno? E’ questa la nostra condanna: essere prigionieri dei nostri stessi pensieri, un nugolo scuro che ci accieca e ci addormenta. E’ come un torpore mortale che ci rende prigionieri dell’illusione, un torpore provocato dalle nostre coscienze inconsapevoli, non ancora in grado d’uscire dal grembo dell’essere per iniziare ad esistere. In realtà non è il corpo a costituirci e a trascinarci nella vita, ma sono i pensieri a dare forma al nostro corpo, perché la mente è sempre rivolta all’esteriorità e all’azione. Ma cosa dà forma alle tante forme d’amore che sono presenti nella nostra esistenza? La ragione non può spiegarci perché amiamo qualcuno, da dove nasce l’empatia o la compassione. E questo sentire ci guida ogni giorno, eppure noi ne siamo a malapena consapevoli. Tutto nell’evoluzione collettiva ci porta a vivere all’esterno. Ma se apriamo gli occhi, pur rimanendo nel torpore del sonno, ogni cosa nel mondo in cui viviamo inizia a perdere spessore e significato per diventare solo apparenza. E se apriamo ancora di più gli occhi allora potremmo accorgerci che l’intera nostra vita non è altro che apparenza, un ricoprirsi di maschere in mezzo ad altre maschere. E spesso sotto queste coperture c’è un essere che vive e soffre, perché soffocato dallo stesso sistema che gli impedisce di respirare. E’ il sistema del possesso, dell’avere, del non-essere: perché l’uomo ha creato una prigione così difficile da penetrare?
Ci vengono proposti traguardi ambiti da raggiungere per diventare qualcuno, cose da possedere, modelli da imitare…Ma è inutile abbellire la nostra prigione, ridipingere di volta in volta le pareti, renderla più comoda e confortevole o dividerla con qualcun altro…rimane e rimarrà sempre una prigione da cui non si può scappare. Se il nostro problema è dare spazio al vero sé, all’esistenza nel vero senso del termine, allora è necessario uscire dalla prigione. La chiave per uscirne dev’essere nel posto più segreto e innominabile, al buio perché non deve essere vista e trovata: questo posto è l’essenza intima che ci costituisce, è il nostro stesso cuore spirituale.
Forse allora ci accorgeremmo che siamo davvero i tralci di una stessa vite, che la linfa che ci nutre è la stessa, che siamo un’unica entità pur essendo in tanti a poter dire “io esisto”. Forse allora ci accorgeremmo che esistiamo come rami o foglie e non come piante separate, che l’individualità puramente razionale è un inganno della mente, un non voler accettare il proprio vero essere. Capiremmo che l’amore che a volte ci pervade e che rivolgiamo ad un’altra persona in realtà non ci appartiene, ma è la stessa linfa che ci tiene in vita e che ci ha creati. E quando riuscirò a smettere di sognare, allora io non esisterò più come tralcio, come entità separata, ma esisterò invece come l’intera pianta nutrita da una linfa d’amore. Così da individuo che esiste nel tutto diventerò consapevole di essere l’intero tutto. Ma questo non potrà mai realizzarsi fintanto che ci saranno uomini che continueranno a vivere separati nelle loro accoglienti prigioni. E’ duro ammettere a sé stessi che io sono nel povero, nel malato, nel tiranno spietato, nell’essere più degradato come in quello più sublime. Siamo attraversati da uno stesso flusso, questo flusso è la linfa della vita, con le sue scorie e il suo nutrimento. Impariamo a riconoscere la purezza attraverso il divino che è in noi e che è in grado di portarci verso la luce della consapevolezza. Chi-amati per nome, uno ad uno risorgeremo ad una nuova vita!

Percezioni

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Duomo di San Ciriaco, Ancona, olio su tela

Quando ci poniamo di fronte alla realtà come osservatori consapevoli, sorgono una serie di problemi: vediamo ciò che ci mostrano gli occhi oppure ciò che appare alla nostra mente? Alla nostra parte logica e razionale basta ben poco per riconoscere un oggetto, essa si limita a simbolizzare e classificare, quanto basta per riconoscerlo. Vi accorgete di ciò proprio quando provate a disegnare quello che avete di fronte. Quanta fatica far corrispondere il vostro disegno con l’oggetto o la persona che provate a ritrarre.  Allora subito diciamo: “Io non so disegnare!”. Ma è davvero così? Oppure il problema è che non sappiamo più vedere con chiarezza le cose? Sembra proprio che molti di noi vagano nelle strade della vita affetti da miopia causata da un eccesso di logica e simbolismo. Ogni dibattito, ogni confutazione avviene sempre e solo a questo livello, ma ciò spesso non aiuta a vivere con chiarezza e soprattutto consapevolezza, perché ci sono costrutti falsi ma ben congeniati che fanno presa sulla nostra mente e ci fanno cadere nell’errore. Vedere le cose con altri occhi, quelli che si soffermano a guardare e osservare tutti i particolari andando oltre il simbolismo, può aiutarci a far cadere molte maschere mentali.

L’artista olandese Frederick Franck nel suo libro The Zen of Seeing relativamente al ritrarre i volti scrive:

<< Quando disegno un volto, un volto qualsiasi, è come se cadessero l’uno dopo l’altro tutti i diaframmi, tutte le maschere… finché non resta che l’ultima maschera che non può essere rimossa né alterata. E quando ho terminato il ritratto so molte cose di quel viso, poiché nessun viso può rimanere a lungo nascosto. Ma sebbene nulla sfugge all’occhio, tutto viene perdonato a priori. L’occhio non giudica, non fa apprezzamenti morali, non critica…>>

L’occhio non critica, ma poi di fronte ad un bel ritratto interviene anche la nostra parte razionale che con certezza può affermare: <<Si, è proprio lui, non ci sono dubbi!>> La percezione visiva e logica qui si saldano e si impongono con forza ai più.

Ecco perché dovremmo dedicarci di più all’arte in una delle sue innumerevoli espressioni! Ma non solo come fruitori, anche come esecutori, di un disegno, una melodia, un ritmo, un’armonia, un espressione poetica… Imparare a vedere, ad ascoltare servirebbe a molto nella nostra società delle icone. Usciremmo da molti stereotipi e da molti inganni, soprattutto capiremmo quanto sia inutile cercare una propria verità e farla vedere agli altri in un mondo dove la maggior parte di noi non è in grado di vedere con chiarezza neanche ciò che ha di fronte.

 

 

Siogiovanni

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