Covid a trenta all’ora

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Nuovo post di Stefano. Io mi limito a dire che purtroppissimo la memoria di certi politici è veramente corta dato che si fanno paladini di nuove ideologie che altro non sono che forme striscianti di dittatura con altri mezzi! Mancano il manganello e l’olio di ricino certo, ma abbiamo visto come in nome di presunti beni superiori ( rigorosamente green…pass o simil pass) si sono già inventati la strada a senso unico verso nuove forme di lager moderno. ESSI sembrano affetti da vere e proprie forme di malattia senile delle vecchie dittature…

Post di Stefano

Veramente io non so più dove vogliano andare a parare. Con una scusa o con un’altra, sempre assurda, si inventano, in forma altrettanto assurda, nuove limitazioni alla libertà delle persone,  quelle non potenti, diciamo. Io mi sento soffocare!

L’ultima “trovata” è il limite di velocità automobilistica in città a trenta km/h, sperimentato recentemente a Bologna.

Nelle ore di punta del traffico cittadino, quando procedere a trenta all’ora sarebbe già una conquista, occorre anche tutta una serie di miracoli, dal verde che scatta al semaforo a quello parcheggiato in doppia fila che si toglie di mezzo e così via, per poter finalmente arrivare a casa! E invece no, adesso non basta più: di nuovo a guardare il contachilometri e attenti a non superare il limite, ci sono gli autovelox.

Tale imposizione però riesce a soddisfare: 1) l’esigenza di ridurre l’inquinamento atmosferico grazie alla riduzione del consumo di carburante; 2) l’esigenza di migliorare la sicurezza sulle strade urbane.

Analizziamo le assurdità.

1) Quando la nostra auto consuma meno carburante? Semplice: quando si procede con la marcia più alta e con un filo di gas, intorno ai 90-100 km all’ora; aumentando la velocità, aumenta anche esponenzialmente la resistenza dell’aria e quindi si consuma di più. A trenta, con la prima marcia o con la seconda, il motore gira molto più velocemente delle ruote e quindi brucia più carburante, considerando infine che la resistenza dell’aria a 30 o a 50 km/h è praticamente uguale, cioè nulla. Questa non è una mia opinione, questa è fisica.

2) In città, la stragrande maggioranza degli incidenti avviene a causa di comportamenti potenzialmente criminali di automobilisti incompetenti, maleducati o ubriachi e, a questi, il nuovo limite non influisce minimamente.

Quindi?

È evidente che il vero scopo è quello di limitare ulteriormente la libertà individuale e, ormai, ogni scusa è buona: la casa senza cappotto termico inquina, quindi tra poco non la si potrà più vendere o affittare; il contante non è tracciabile quindi tra poco non ci sarà più; il conto corrente è bloccabile se sei stato cattivo… voglio vedere come si farà a pagare prostitute e marijuana! La Panda inquina, mentre i camion no, le navi no, gli aerei no… La Tesla non inquina: dalla fonte primaria alle ruote consuma il doppio di energia, richiede 45 minuti di ricarica, col freddo non parte, se si incendia non si spegne più, ma non inquina.

Non possiamo comperare il gas dai Russi perché sono cattivi, mentre i sionisti israeliani sono buoni anche quando massacrano il popolo di Gaza, quindi case fredde d’inverno e calde d’estate: del resto, se vogliamo il condizionatore, allora vogliamo anche la guerra, ce lo disse il buon Mario quando era Presidente del Consiglio. Tutto questo e molto altro mi fanno pensare alle limitazioni altrettanto assurde e contraddittorie del periodo Covid: il virus con l’orologio, seduti al bar, no, in piedi al bar, al supermercato sì, ma non al reparto cancelleria, no al jogging in spiaggia da solo, non ti vaccini ti ammali e muori… ti sei vaccinato ti viene un malore e muori… ah no questo non l’hanno detto.

Il funerale della volpe

Una volta le galline trovarono la volpe in mezzo al sentiero. Aveva gli occhi chiusi, la coda non si muoveva. – È morta, è morta – gridarono le galline – Facciamole il funerale.
Difatti suonarono le campane a morto, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in fondo al prato. Fu un bellissimo funerale e i pulcini portavano i fiori. Quando arrivarono vicino alla buca la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutte le galline.
La notizia volò di pollaio in pollaio. Ne parlò perfino la radio, ma la volpe non se ne preoccupò. Lasciò passare un po’ di tempo, cambiò paese, si sdraiò in mezzo al sentiero e chiuse gli occhi. Vennero le galline di quel paese e subito gridarono anche loro: – È morta, è morta! Facciamole il funerale.
Suonarono le campane, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in mezzo al granoturco. Fu un bellissimo funerale e i pulcini cantavano che si sentivano in Francia. Quando furono vicini alla buca, la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutto il corteo.
La notizia volò di pollaio in pollaio e fece versare molte lacrime. Ne parlò anche la televisione, ma la volpe non si prese paura per nulla. Essa sapeva che le galline hanno poca memoria e campò tutta la vita facendo la morta. E chi farà come quelle galline vuol dire che non ha capito la storia.
Gianni Rodari

PS: quanto mi sento gallina!!!!!

Pioraco, il paese dell’acqua

Pioraco, belvedere

Quando pensate alla città di Fabriano certamente vi viene in mente la cartiera il cui marchio porta il suo nome. Ma pochi sanno che le origini della produzione della carta sono proprio nel piccolo paese di Pioraco, circondato da boschi e ricchissimo d’acqua! La carta veniva prodotta in questi luoghi già a partire dal 1300 e ancora oggi qui c’è una della sedi della cartiera di Fabriano.

Il fiume potenza attraversa l’abitato

È un paese situato su un altipiano e circondato da montagne ricche di boschi. L’ambiente naturale e l’impatto antropico limitato lo rende un posto adatto sia a chi vuole trascorrere una vacanza rilassante, sia a chi ama passeggiare o fare sport.

La gola li vurgacci

È possibile attraversare la gola li vurgacci direttamente dal centro del paese, dove il fiume in piccole cascate scende fino alla cartiera.

Incontrerete facce di mostri scolpite nella roccia e ponti di legno che vi permetteranno di attraversare la gola senza difficoltà.

Purtroppo il terremoto ha colpito questi luoghi, ma la loro bellezza e la tenacia degli abitanti ha impedito la spopolazione. Anche per questo ne parlo, ho passato un fine settimana con il camper a Pioraco e ho constatato con piacere che è davvero tanta la gente che sceglie di passare il tempo in questa bellissima valle. Dove non arriva lo Stato ognuno di noi può contribuire ad aiutare, per tenere a galla micro economie che si reggono su equilibri precari, ma che hanno potenzialità per riprendersi che vanno valorizzate. Andate a Pioraco e ne rimarrete soddisfatti!

La strascialata

Molti aanni fa ho fatto anch’io la strascialsta con Stefano e posso assicurarvi che ciò che dice è tutto vero. Fra l’altro quest’estate ha avuto molta risonanza nei media locali il racconto postato da un anconetano che ha avuto l’idea di dare Passetto Portonovo a piedi e a nuoto, cioè solo una minima parte della strascialata di cui parla Stefano.

Post ddi Stefano

La Strascialata

Purtroppo è finita l’estate, io amo il mare e d’estate cerco di andarci il più possibile, inoltre c’è un appuntamento al quale proprio non posso rinunciare e che ogni anno, e fin quando le forze me lo consentiranno, continuerò a rispettare: la Strascialata.
È il nome che le ho dato io in anconetano (il mio dialetto) e significa una cosa molto faticosa, sfinente, a volte inutile, devastante per il fisico… in effetti, quando termina sono molto stanco, ma felice e soddisfatto per avercela fatta ancora una volta.
Vivo ad Ancona nella riviera del Conero, in quel tratto di costa adriatica da Trieste al Gargano più bello e a mio giudizio secondo solo al Gargano.
Questo tratto di circa 20 Km, caratterizzato da un’alta costa con all’apice proprio il Monte Conero a 572 metri di altezza a picco sul mare, è di una varietà e di una bellezza uniche.
Le sue numerose spiagge e spiaggiole non sono tutte facilmente accessibili alla balneazione, alcune sono raggiungibili solo attraverso ripidi sentieri ed altre solo via mare, altre addirittura vietate per il pericolo di frane. Il mio tributo annuale per esprimere l’amore che nutro per la “mia” costa è appunto “La Strascialata”, ovvero il percorso che compio lungo la costa.
Lo percorro una volta all’anno ad agosto, a piedi, a nuoto, saltando da un sasso all’altro, da uno scoglio ad un altro, arrampicandomi, eccetera. Parto dal parco di via Panoramica di Ancona, dove una stradina scoscesa, ma agevole e pavimentata, porta alle “grotte” del Cardeto, sulla spiaggia un po’ scogliosa e un po’ cementificata della Grotta Azzurra, per raggiungere poi da lì la destinazione finale, il porticciolo di Numana: in tutto, impiego circa 8/10 ore.
Equipaggiamento: cappellino, costume, occhiali da sole, scarpacce sportive alla fine della loro carriera, zainetto con borraccia e sacchetto impermeabile con cellulare, un documento e qualche soldo. Lo spirito è quello della passeggiata, non ho nessun record da stabilire: se sono stanco mi riposo, se vedo un bel mare trasparente faccio il bagno, se ho sete bevo, se ho fame mangio… Di solito cerco di partire verso le sette di mattina e, quando sono lì, sinceramente, mi vergogno un po’ a spogliarmi di quasi tutto proprio al centro di un quartiere ricco e residenziale, ma tant’è… comunque mi affretto e corro giù per lo stradello tra gli alberi, tanto a quell’ora si incontrano solo quelli che portano a passeggio il cane, ma io saluto tutti educatamente per fingere una disinvoltura che in quel momento non ho. Finalmente raggiungo il litorale dove stare in costume è normale. Guardando verso nord noto il muro che delimita il Cantiere Navale di Ancona, subito lì dietro c’è il Porto ed ancora più verso Nord/Ovest cominciano gli “spiaggioni” che, con poche variazioni, arrivano fino a Trieste, ma la mia destinazione è a Sud/Est. Da poco è sorto il sole che illumina le “grotte”.
Queste sono circa 500 disposte in vari raggruppamenti, per lo più belle e curate, dai cancelli di legno variopinti. Nate come ricoveri per le barche dei pescatori e scavate a mano nella falesia dalla metà dell’800 agli anni ‘60 del ‘900, rappresentano per molti anconetani la casa al mare, con all’interno una cucina, alcuni mobili e di solito una grande tavolata: sono una realtà unica al mondo.
Dopo una breve discesa tra gli scogli, devo subito tuffarmi per attraversare il breve tratto davanti alla Grotta Azzurra, di origine naturale: questo primo bagno nel fresco del mattino mi disturba un po’ perché sono freddoloso, ma è breve, giusto un paio di metri di acqua. Da lì risalgo sugli scogli resi scivolosi dalle alghe o pieni di piccole cozze taglienti chiamate in anconetano “moscioli”, poi altro breve tratto a piedi stando sempre attento a non scivolare sugli scogli più pericolosi, quelli del bagnasciuga ricoperti dalle alghe.

Seggiola del papa, Passetto Ancona (fonte Pixabay)

Altro mini bagno obbligatorio: dove la falesia finisce a picco nel mare non c’è alternativa. Arrivo ad una corta spiaggia di sassi grossi misti a scogli, nella zona del “Quadrato”, poche scalette fino al litorale cementato delle Grotte del Passetto proprio davanti alla “Seggiola del Papa”, piccolo faraglione che si erge sul piano scoglioso fuori dall’acqua. Guardando in alto sopra le rupi, “Ripe” per noi, si scorgono villette e palazzine in posizione panoramica e l’Ospedaletto dei bambini, dove è nato mio figlio e la maggior parte degli anconetani. In questo punto, anche se non appare evidente, sono nel centro storico della città! Proseguo sulle piattaforme di cemento con le “Grotte” alla mia destra fino a trovarmi sulla spiaggia di sassi posti lì artificialmente per volontà di un vecchio sindaco e a raggiungere l’imponente ascensore degli anni ‘50, appoggiato alle ripe ed alla grande scalinata monumentale di epoca fascista che scende dal Monumento ai Caduti nel quartiere del Passetto, uno dei più belli di Ancona. Poco dopo e sotto i due stabilimenti su palafitte, c’è la prima barriera artificiale: una rete che vorrebbe impedirmi di proseguire su un piano scoglioso, dove andavo sempre da bambino, che non ha mai rappresentato un pericolo per nessuno: la aggiro senza problemi. Sempre attento a non scivolare devo affrontare un altro mini bagno per arrivare all’altra lunghissima sequenza di grotte artificiali che stanno sotto la Piscina Comunale sovrastante le ripe. Salutati alcuni simpatici “Grottaroli”, devo scendere dalle rocce e tuffarmi per una breve nuotata fino ad una spiaggia prima rocciosa e poi di piccoli sassi, posto meraviglioso con formazioni scogliose lunghe in mezzo al mare. Percorso vario di rocce, sassi e spiaggette fino alle poche grotte artificiali sotto il quartiere di “Pietralacroce”, dove arrivano un paio di sentieri chiamati “La Scalaccia”. Proseguo mentre il caldo si fa sentire, ma tanto subito bisogna fare un altro tuffetto fino ad una spiaggetta selvaggia e poi rocce e poi altre spiaggette di sassi fino alle altre poche grotte sotto la località de “La Vedova”, le ultime che si incontrano. Un Grottarolo mi chiede “Da dove vieni?”, “Dalla Grotta Azzurra”, “Portonovo?”, “No, Numana!”, mi guarda ammirato mentre annuisce: “Vuoi dell’acqua?”, “Grazie ce l’ho.”. Il posto è selvaggio ed inaccessibile, un continuo di rocce e scogli da superare con difficoltà, interrotto solo da qualche piccola spiaggetta. Quello che cerco sempre di intravedere da lontano è il mio primo traguardo: “Il Trave”. È una formazione rocciosa peculiare larga 5 metri che parte da un piccolo promontorio e si allunga in mare per chilometri, ma, dopo poche centinaia di metri, scende sott’acqua: è il posto d’eccellenza per pescare i “moscioli”, io lì ne ho presi a tonnellate! Prima di arrivare alla chilometrica roccia bisogna fare una lunga nuotata che parte da una spiaggia di sabbia fino a superare il promontorio; inoltre, per arrampicarsi e scavalcare il Trave, occorre che il mare sia calmo e oggi lo è, altrimenti non sarei partito, non mi ci frega più!

Spiaggia di Mezzavalle veduta dal Belvedere Nord (Monte Conero) Foto da Flickr

Sono passate circa 2 ore e mezza ed ora devo percorrere la lunga e frequentatissima spiaggia di Mezzavalle, raggiungibile da due ripidi sentieri che partono dalla strada che conduce a Portonovo. Approfitto della doccia pubblica per ricaricare la borraccia, mi ci vuole un’altra ora ed un altro fastidioso percorso su rocce scivolose con l’acqua alle cosce per arrivare finalmente alla Baia di Portonovo nella zona del “Molo”, qui sopravvivono ancora pochi “capanni” di legno che hanno la stessa funzione delle “grotte”. Qui il fastidio invece è rappresentato dai milioni di persone/asciugamani/ombrelloni/lettini tra i quali devo fare lo slalom, ma è ora di fare merenda e mi riposo con un bel gelato in mano. Riprendo lo slalom, oltrepasso il piccolo molo artificiale e giro intorno all’ex “Fortino Napoleonico” ora ristorante di lusso, fino alle Terrazze in cemento ed a due “brutte” spiagge di sassi grossi che sarebbero belle, ma l’uso che se ne fa le imbruttisce, l’ultima è usata come ricovero barche. Quando ero bambino, questa zona era più bella con i suoi capanni, fatti poi togliere in seguito ad infinite polemiche. L’insenatura finisce con la “Torre di Guardia” sempre di epoca napoleonica, affascinante villa sul mare a forma di torretta di avvistamento e di proprietà di una famiglia di ex nobili anconetani, ora B&B. Sulla mia destra in alto incombe Lui, il verde Monte Conero. Percorro, scavalcando corpi distesi al sole, l’altra frequentatissima e lunga spiaggia di Portonovo zeppa di ombrelloni e raggiungo finalmente la millenaria Chiesetta Romanica, purtroppo nascosta dagli alberi, me la lascio sulla destra per affrontare un’altra baia di grossi sassi che diventano massi da scavalcare davanti allo scoglio della “Vela”: un imponente faraglione alto una decina di metri a cinquanta metri dalla riva. Ci sono affezionato, ci facevo i tuffi da ragazzo, ma ora devo affrontare la prima arrampicata seria, ci sono anche delle corde per aiutarsi, ma io ne faccio volentieri a meno, poi ci sono un paio di passaggi vertiginosi, da lassù si ammira tutta la baia che ho percorso fino al Trave, è un panorama che a volte mi godo anche d’inverno, ma davanti a me c’è la Spiaggetta, la Mia Spiaggetta, piccola, deliziosa, bianchissima, delimitata da scogli lunghi in mare, frequentata da nudisti. Credo si chiami “Sassi Bianchi”, appunto, qui un rilassante bagno è d’obbligo, l’acqua è limpidissima e sono proprio sotto il Monte, continuerò a girargli intorno fino ai Sassi Neri, ma c’è ancora un sacco di tempo… Rimetto zainetto e scarpe e via per il massacrante e lungo lido di sassoni e scogli vari fino alla Spiaggia dei Gabbiani, nel percorso ci sono un paio di passaggi pericolosi su roccia scivolosissima alla base di placche bianche, anni fa erano anche decorate con dei moderni dipinti rupestri, ormai scoloriti dal mare e dal sole. Bisogna fare molta attenzione per non cadere. Tra una placca e l’altra incontro una decina di capre che vengono giù direttamente dal Conero, unici esseri viventi terrestri presenti in quella zona impervia. Il mare è azzurrissimo, peccato sia pieno di centinaia di barche, gommoni e kayak, ma la bellezza del posto è unica. Prima di raggiungere la Spiaggia perdo l’equilibrio, cado e mi ferisco una coscia, un gomito ed un pollice… ci sta! Non è mai capitato che faccia tutta la Strascialata indenne, qualche anno fa stupidamente sono partito con il mare “poco mosso” secondo il “meteo”, il risultato è stato che ci ho messo 2 ore di più del solito ed ho collezionato svariate ferite, inoltre un’ondata mi ha strappato e fatto perdere gli occhiali… da sole e da vista! La Spiaggia dei Gabbiani è una delle più belle ed è frequentata, anche troppo, da gente che ci arriva via mare. Mi devo preparare per una lunga nuotata fino alla Spiaggia delle Sirene. Approfitto quindi per nuotare solo con le braccia, così riposo le gambe ormai a pezzi, puntuali mi vengono i crampi ai piedi, ai polpacci e alle cosce, ma niente di grave. La vista della grigia roccia alta centinaia di metri a strapiombo sul mare incute timore, ma affascina insieme. Approdo stanco dalle Sirene, mi siedo per riposare in compagnia del similare popolo nautico. Mi appresto a percorrere la corta spiaggia prima di un’altra lunga nuotata simile alla precedente sia nella lunghezza che nel paesaggio stupendo, stavolta i crampi non arrivano, già pregusto la prossima meta delle Due Sorelle e questo mi elettrizza… ma non sono certo dietro l’angolo. Prima c’è il litorale lungo e irto di scogli, poi c’è la seconda arrampicata seria, anche questa, volendo, è agevolata delle corde, ma anche qui ne diffido. Arrivo quindi su una specie di altopiano di roccia bianchissima, a volte con dei praticelli di arbusti e… “Paccasassi”, in italiano: Finocchietto Marino, buonissimi come sottaceti. Ci sono anche i resti di una antica cava e i relativi binari, ormai arrugginiti, per i carrelli trasportatori.

Spiaggia delle due sorelle fonte Wikimedia

Piccola agevole discesa ed ultima spiaggia sassosa prima delle Due Sorelle, anche qui ci sono dei resti ferrosi, ma sono di una nave naufragata. Un passante mi chiede se ci sono altri posti belli da vedere nei dintorni, gli rispondo stizzito se tutto questo non è abbastanza, poi lo indirizzo verso la grotta naturale tra i “Libri”. Le Due Sorelle sono i faraglioni più famosi di questa costa, alti una quindicina di metri, si chiamano così poiché da una certa angolazione sembrano due suore che pregano. A me non hanno mai dato questa impressione, solo una delle due, per me, assomiglia ad uno scarpone da sci. Cammino con l’acqua al petto tra i faraglioni e la costa molto alta e poi mi avvicino faticosamente, per la resistenza dell’acqua ed il fondo scivoloso, fino alla Spiaggia vera e propria. Anche qui i bagnanti arrivano solo via mare, ma è pieno di gente perché ci sono gite organizzate con dei grandi barconi. Veramente, c’è un sentiero che viene giù direttamente dal Conero, attraverso il Passo del Lupo, non è neanche eccessivamente difficile, solo faticoso, io l’ho fatto centinaia di volte, anche di notte (giuro!), dal Passo si gode il panorama più bello di tutta la costa, ma adesso è vietato. La Spiaggia è semplicemente perfetta, un gioiello, inoltre ci incontro sempre qualcuno che conosco, anche quest’anno ho incontrato una ex collega, arrivata lì in barca. Riposino ed altro bagnetto ristoratore nell’acqua cristallina, mi attende un altra lunghissima nuotata per superare “I Libri”, una formazione rocciosa che assomiglia, appunto, ad una serie di libri appoggiati ad una parete. Le placche di roccia scoscesa e bianchissime sono molto lunghe, la stanchezza ormai si fa sentire prepotente, fatico a prendere riva tra gli scogli, do una ginocchiata ad una roccia sott’acqua, non mi faccio molto male, ormai sogno il pranzo ristoratore che farò nella spiaggia dei Sassi Neri, la prima che ha degli stabilimenti con ristoranti. Anche questa spiaggia non è dietro l’angolo, la si scorge sempre, con tutte le sue file di ombrelloni, ma è ancora lontana, prima c’è il litorale sassoso, poi un altra nuotatina, poi delle placche da superare con i piedi in acqua attento a non scivolare, poi altri scogli, poi una piccola arrampicata… i Sassi Neri sono lì, ma non arrivano mai, sarà la stanchezza? Man mano la gente si infittisce e dopo gli ultimi scogli comincia la “facile” spiaggia di sassolini… per niente neri… boh? Finalmente arrivo al balneare dove mangerò, è ora di pranzo per tutti e c’è da fare la coda, ordino la prima cosa che c’è e, con il mio vassoio, mi siedo all’ombra, mi sembra di rinascere, me la prendo comoda, controllo i messaggi e rassicuro mia moglie. Stancamente, dopo il caffè, mi incammino per tutta la lunghissima Spiaggia, non ho mai capito dove comincia la Spiaggia di San Michele di Sirolo, è un tutt’uno. Anche qui troppa gente, è bellissimo, ma oramai non sono più sotto il Conero, l’ho lasciato alle mie spalle ed arrivare qui è agevole, la folla aumenta sempre più densa e raggiunge il massimo nella spiaggetta Urbani di Sirolo, molto carina, ma molto, troppo turistica. La spiaggetta finisce con un molo artificiale e con delle formazioni rocciose su cui si può camminare, c’è anche una grande grotta naturale sulla destra. Adesso però mi spetta l’ultima grande fatica: la nuotata più lunga, per superare i “Lavi”, altra formazione rocciosa di placche inclinate verso il mare, troppo inclinate per poterci camminare, alcuni lo fanno a loro rischio. Io preferisco nuotare. Nuoto lentamente dosando le ultime forze, noto le tre grandi grotte naturali che interrompono le placche, a quest’ora il sole fa capolino e a volte scompare dietro l’alta costa. Finalmente approdo sul litorale sassoso, all’ombra, mi siedo un po’ affannato, mi manca pochissimo, devo solo superare, camminando con l’acqua al petto, l’ultimo tratto fino alla Spiaggia dei Frati. Dai Frati il sole c’è e ormai so di essere arrivato, tocco il cielo con un dito, mando un messaggio alla cara mogliettina per farmi venire a prendere al porticciolo di Numana. In quindici minuti percorro i Frati e la Spiaggiola di Numana. Sono arrivato! Controllo l’orologio: 8 ore esatte! E’ andata meglio del previsto. Anche stavolta ce l’ho fatta. Più a Sud scorgo la lunga spiaggia di Numana bassa fitta di ombrelloni. Fino al Gargano solo “spiaggioni” con rare eccezioni, il gioiello dell’Adriatico è alle mie spalle.
La Strascialata la facevo da giovane fino, circa, ai 45 anni di età, poi ho smesso, non so perché, ma mi rimaneva sempre il desiderio di riprovare. Quando ho compiuto 60 anni mi sono detto: “Voglio vedere se ci riesco ancora”, da allora vado avanti imperterrito. Solo un paio di volte ho avuto un accompagnatore, ma di solito scoraggio chiunque voglia provare a venire. Anche adesso vi raccomando di non provare, a meno che non siate particolarmente esperti, in forma atletica e… pazzi come me: è molto difficile e faticosa, a volte pericolosa. In ogni caso, vi ho avvertito!

Donne e impero romano

Personalmente la penso abbastanza come Lidia, magari sarebbe interessante conoscere il parere di uno storico come il professore Barbera sulla questione. Ma a parte la verità storica, bisognerebbe certamente leggere l’intervista perché così come riportata la frase viene da pensare : questa affermazione a che serve?

Voi cosa ne pensate?

La testa del chiodo

La palma della mano
i datteri non fa,
sulla pianta del piede
chi si arrampicherà?

Non porta scarpe il tavolo,
su quattro piedi sta:
il treno non scodinzola
ma la coda ce l’ha.

Anche il chiodo ha una testa,
però non ci ragiona:
la stessa cosa capita
a più d’una persona.

Gianni Rodari

San Romedio

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Il santuario di San Romedio si trova in Val di Non, a circa 730 m di altitudine, in una posizione isolata e protetta dai boschi tra i paesi di Coredo e Sanzeno.

Immerso in una splendida cornice naturale, il complesso architettonico di San Romedio è formato da più chiese e cappelle costruite sulla roccia. L’intera struttura è collegata da una ripida scalinata di 131 gradini. La cappella più antica dell’edificio risale all’XI secolo e, nel corso del tempo, sono state erette altre tre piccole chiese, due cappelle e sette edicole della Passione.

Questo suggestivo luogo, ricco di spiritualità, è nato grazie alla figura dell’eremita Romedio di Thaur. Alla sua morte, i fedeli scavarono la sua tomba nella roccia, dando così vita ad un culto che continua ancora oggi.

Ci sono varie leggende su San Romedio e la più nota è sicuramente quella legata alla figura di un orso. Si narra che l’eremita, ormai anziano, fosse diretto a Trento in groppa al suo cavallo per incontrare il vescovo. Il quadrupede venne sbranato da un orso che Romedio riuscì, in un secondo momento, a domare e cavalcare fino alla città di Trento.

smart

È un santo taumaturgo e innumerevoli sono le grazie ricevute che potrete leggere salendo i gradini del santuario. C’è anche una mostra con quadri di grazie ricevute nelle epoche passate. Una bella escursione e soprattutto un cammino spirituale da compiere quando si va in Trentino.

Trasfigurazione del Signore

La testa del chiodo

La palma della mano
i datteri non fa,
sulla pianta del piede
chi si arrampicherà?

Non porta scarpe il tavolo,
su quattro piedi sta:
il treno non scodinzola
ma la coda ce l’ha.

Anche il chiodo ha una testa,
però non ci ragiona:
la stessa cosa capita
a più d’una persona.

Gianni Rodari

Armi

Post di Stefano

L’ invenzione, lo studio, la progettazione e la realizzazione di nuove armi sempre più potenti, insidiose e subdole, sempre più invincibili e indifendibili… hanno caratterizzato tutta la storia dell’umanità, tranne che nei suoi albori.
Fondamentalmente usate per difendere un privilegio acquisito o per ottenerne di nuovi, sono scagliate contro chi viene percepito come nemico o parte da sottomettere, allo scopo di consolidare od ampliare il potere.
Questa brutta abitudine umana scaturisce dall’invenzione del concetto di “proprietà privata” che deriva a sua volta dall’invenzione dell’agricoltura e dalla necessità, quindi, di difendere il frutto del proprio lavoro. Attualmente le armi si dividono in “Convenzionali”, usabili ad azione limitata nella zona di utilizzo e con effetti contenuti nel tempo, e “Di Distruzione di Massa”, generalmente non usabili secondo le convenzioni internazionali perché porterebbero rapidamente ad una escalation tale da poter provocare la fine del genere umano e forse dell’intera vita del pianeta.
Da tener presente, però, che nella mentalità dei militari e delle “intelligences”, molto poco intelligenti, c’è un totale disinteresse riguardo alle sorti del nemico, purché si possa sopravvivere e vincere. Lo dimostra il fatto che qualunque arma inventata è stata poi usata e purtroppo È usata, ma questo lo approfondiremo dopo.
Normalmente si pensa alla “bomba atomica”, ma non è l’unica. La prima arma di distruzione di massa è stata quella chimica, utilizzata nella prima guerra mondiale finché non ci si accorse che il vento, portando indietro i gas letali, provocava la morte dello stesso gassificatore.
Poi è arrivato il turno dell’arma nucleare che ha sancito, più che la fine della seconda guerra mondiale, l’inizio della guerra fredda. Anche questa, con il suo bagaglio di radioattività che passeggia per il mondo, non è da usare.
Ci sono certo altre armi di distruzione di massa, soprattutto dei cervelli: una certa cultura, una certa scuola, un certo cinema, una certa arte, la pubblicità… ora i social media e gli smartphone, ma vorrei concentrarmi sulle armi propriamente dette, quelle che uccidono. Le ultime nell’ordine sono quelle biologiche e quelle climatiche.
Per quelle pandemiche siamo sempre lì, c’è sempre il rischio che l’uso dell’arma si ritorca contro l’aggressore, lo abbiamo visto con il Covid: virus artificiale che ha infettato tutto il mondo. Probabilmente però la vera arma di questa nuova guerra non è il virus bensì la sua pseudo-cura: fantasia ed intelligenza diabolica non mancano mai. Bisogna poi considerare chi sia il nemico. Se per una certa élite Malthusiana il nemico è l’intera umanità, va benissimo una bella pandemia e la successiva campagna pseudo-vaccinale. Oppure, visto il proliferare dei bio-laboratori, magari si sta cercando un bel patogeno “settoriale”, che ne so: contro i Cinesi, contro i “negri”, contro i Russi… contro gli eterosessuali… Sarebbe un bel vantaggio no?
Resta infine l’arma climatica, quella sì che si può ancora usare! Chi potrebbe accusare il Pentagono se l’Iran resta senza acqua? La mia è solo una ipotesi eh… anche se il cielo a strisce, a quadretti o lattiginoso, basta alzare il naso e lo si vede… Niente di nuovo sotto il sole, quelle rare volte che ancora c’è.

Siogiovanni

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