Perdono!

Alla fine il vero perdono è quello che ognuno di noi dovrebbe avere verso sé stessi! Gesù, che nel post di Stefano è spesso citato, dice chiaramente : Ama il tuo prossimo come te stesso! Che poi alla fine del post è ciò che dice anche Stefano. Non c’è vero amore che non nasca per primo all’accettazione di se stessi! Questo è il punto di partenza di una radicale trasformazione che ogni essere umano dovrebbe fare in una vera ottica evolutiva volta all’amore e al perdono. Noi, ognuno di noi, siamo all’origine dell’esistenza che si ripete nel miracolo della nascita. Ognuno di noi dovrebbe brillare di questo dono e da lì espandersi in un miracolo d’amore. Ma vi lascio al post di Stefano.

Dio perdona sempre tutti! Mi sembra che la frase detta dall’attuale papa suoni più o meno così. A parte che il Dio dei Cristiani, cattolico o no, il Dio degli ebrei o dei musulmani, perché sempre dello stesso Dio stiamo parlando, a me è sembrato sempre tutto meno che misericordioso, anzi io lo vedo alquanto vendicativo, quando non rispetti i suoi comandamenti o il volere dei suoi rappresentanti sulla terra, ossia le varie gerarchie sacerdotali di tutti i grandi culti monoteistici. Parliamo delle varie dannazioni eterne, delle scomuniche, degli inferni, delle torture e dei roghi, parliamo della Jihād, ma anche dell’espansione, fino a quanto non si sa, del territorio per il “popolo eletto”, il tutto sempre sponsorizzato dall’Unico Dio. Comunque di quello che faccia un Dio o la moltitudine delle divinità venerate in tutto il mondo, ce ne sono circa 1800, è un qualcosa che riguarda l’esistenza nel dopo morte, alla quale io credo, ben inteso. Ben più importante, però, è l’esistenza nella vita attuale, poiché è questo il campo in cui adesso possiamo agire e modificare la realtà circostante. Quello che ci chiede il papa è di perdonare, cioè, se uno è retto e giusto e, quindi, si merita il paradiso, perdona.
E perché?
Cioè, chi sono io, o chiunque altro, per poter perdonare? E chi è chiunque altro per poter perdonare me se ne combino una, magari grossa?
È evidente che l’atteggiamento di chi perdona è quello di qualcuno che si pone al di sopra del perdonato: io sono retto, tu no perché hai sbagliato, quindi io sono, ancora di più, migliore di te perché, addirittura, ti perdono. È l’apoteosi della presunzione. Come se non sbagliassimo tutti, spesso e volentieri, e come se non tutti avessimo qualche cosa da farci “perdonare”. Quello che accade invece è che se qualcuno te ne combina qualcuna tu ti incaz… ti adiri, e facilmente ti viene da meditare una bella vendetta, altro che perdono, ed è perfettamente naturale. Il: “porgi l’altra guancia” di Cristica memoria è valida in contesti di elevatezza spirituale non alla nostra portata, deve presupporre, appunto, la perfetta consapevolezza dell’immortalità dell’anima e della illusorietà del mondo materiale. Non la semplice fede, imposta per lo più dalle gerarchie religiose ed adottata ipocritamente, ma il ricordo e la cognizione della vita nell’oltre, della vera vita.
Nei telegiornali si sente spesso dire in occasione dell’omicidio di un qualche caro: Io ho fede nella magistratura… quello che voglio è solo giustizia… ed altre ipocrisie di questo tipo. Ma la realtà è che se vedi una zanzara, prima che lei ti pizzichi, tu la schiacci e ne provi anche una certa soddisfazione, è una questione di autodifesa. L’autodifesa è legittima, sempre e comunque, altrimenti l’umanità si sarebbe estinta già da tanto. Invece che di perdono io parlerei di condivisione: mi rendo conto dei tuoi errori perché sono simili ai miei, semplicemente mi fai da specchio, ma il perdono predicato dalle varie religioni non serve a nulla e non è evolutivo. Molto meglio subire gli effetti degli errori fatti, così si impara, meglio subire le vendette o la giustizia terrena. Certo, in persone poco evolute, le vendette potrebbero scatenare delle faide, ma non c’è altro modo per apprendere.
Il vero perdono è quello che ognuno dà a sé stesso nel momento in cui smette di attuare quei comportamenti non etici che producono infelicità negli altri e, soprattutto, in noi. Quando comincia ad affacciarsi la consapevolezza che: fare del bene, aiutarsi, collaborare, solidarizzare, amare… produce felicità, a quel punto ci si perdona di tutto il trascorso e si intraprende una nuova strada ben più evolutiva. Questo è il vero pentimento, non di certo quello ottenuto in confessionale: una vera e propria presa di coscienza che non aspetta il perdono di nessun uomo, di nessun sacerdote né, tanto meno, di un Dio. Ognuno è giudice a se stesso, ognuno è artefice della propria felicità.

Natale

Poesia di Salvatore Quasimodo

Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Breve mia considerazione: Natale, pace e guerra, Caino continua ad uccidere Abele… No, non c’è pace nel cuore dell’uomo, Cristo trascende ciò che è umano, fragile e in preda al mondo. Qui ora e mai ci sarà una luce, la stella innalza gli occhi al cielo, il futuro dell’umanità non ha un domani!

San Francesco sul monte La Verna

Giotto, Basilica superiore di Assisi

Un mattino, mentre Francesco pregava sul monte con Frate Leone, vide la figura di un angelo con sei ali tanto luminose che sembravano infuocate. Con un volo veloce, arrivò vicino a Francesco. Tra le sue ali apparve la figura di un uomo crocifisso. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due ali volavano e altre due coprivano il corpo. Francesco si stupÌ e provò gioia e tristezza nel cuore. L`angelo scomparve e subito dopo Francesco si accorse di aver ricevuto nelle mani, nei piedi e nel costato gli stessi segni di Gesù e si sentì ancora più vicino a Lui.

Riduzione di San Bonaventura, Legenda major, Assisi 1263

Scriveva S. Bonaventura da Bagnoregio: “Un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell’aria, giunse vicino all’uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l’effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore. Provava letizia per l’atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l’anima con la spada dolorosa della compassione. Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l’infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, l’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito” (Leg. Maj., I, 13, 3).
Fu Gesù stesso, nella sua apparizione, a chiarire a Francesco il senso di tale prodigio: “Sai tu … quello ch’ io t’ho fatto? Io t’ho donato le Stimmate che sono i segnali della mia passione, acciò che tu sia il mio gonfaloniere. E siccome io il dì della morte mia discesi al limbo, e tutte l’anime ch’ io vi trovai ne trassi in virtù di queste mie Istimate; e così a te concedo ch’ ogni anno, il dì della morte tua, tu vadi al purgatorio, e tutte l’anime de’ tuoi tre Ordini, cioè Minori, Suore e Continenti, ed eziandio degli altri i quali saranno istati a te molto divoti, i quali tu vi troverai, tu ne tragga in virtù delle tue Istimate e menile alla gloria di paradiso, acciò che tu sia a me conforme nella morte, come tu se’ nella vita” (“Delle Sacre Sante Istimate di Santo Francesco e delle loro considerazioni”, III considerazione).

San Giuseppe Moscati

Giuseppe Moscati (1880-1927) 
laico 

… Non sono tuttavia unicamente e neppure principalmente le doti geniali ed i successi clamorosi del Moscati – la sua sicura metodologia innovatrice nel campo della ricerca scientifica, il suo colpo d’occhio diagnostico fuori del comune – che suscitano la meraviglia di chi lo avvicina. Più di ogni altra cosa è la sua stessa personalità che lascia un’impressione profonda in coloro che lo incontrano, la sua vita limpida e coerente, tutta impregnata di fede e di carità verso Dio e verso gli uomini. Il Moscati è uno scienziato di prim’ordine; ma per lui non esistono contrasti tra la fede e la scienza: come ricercatore è al servizio della verità e la verità non è mai in contraddizione con se stessa né, tanto meno, con ciò che la Verità eterna ci ha rivelato. L’accettazione della Parola di Dio non è, d’altronde, per il Moscati un semplice atto intellettuale, astratto e teorico: per lui la fede è, invece, la sorgente di tutta la sua vita, l’accettazione incondizionata, calda ed entusiasta della realtà del Dio personale e dei nostri rapporti con lui.

Giuseppe Moscati dimostra una sensibilità acuta per le sofferenze fisiche altrui; ma il suo sguardo non si ferma ad esse: penetra fino agli ultimi recessi del cuore umano. Vuole guarire o lenire le piaghe del corpo, ma è, al tempo stesso, profondamente convinto che anima e corpo sono tutt’uno e desidera ardentemente di preparare i suoi fratelli sofferenti all’opera salvifica del Medico Divino.

Quando, il 12 aprile 1927, il Moscati muore improvvisamente, stroncato in piena attività, a soli 46 anni, la notizia del suo decesso viene annunciata e propagata di bocca in bocca con le parole: ” È morto il medico santo “. Queste parole, che riassumono tutta la vita del Moscati, ricevono oggi il suggello ufficiale della Chiesa.

Giuseppe Moscati

Ho preso spunto dalla foto e dalle parole citate dal professore Paolo Bellavite per ricordare brevemente questo incredibile personaggio. Dobbiamo ripartire da chi ha fatto un esempio per gli altri della propria vita. Le parole che incorniciano la foto all’inizio del post sono più attuali che mai e fanno riflettere. Viviamo così assuefatti dalla menzogna che non riusciamo più a distinguere il bene dal male, eppure… Cliccando sul link sopra potrete leggere la descrizione completa sul sito Vatican va di cui io ho fatto un riassunto.

Quale re…

“Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?

 Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.”

Vangelo di Luca 14, 31-32

Il mistero delle api che preservano le icone

In Grecia, un pio apicoltore ha l’abitudine di mettere icone nei suoi alveari. Le icone benedicono le api… e le api proteggono le icone. Per un decennio, un apicoltore di nome Sidoros Ţiminis, che vive nella regione di Kapandriti, vicino ad Atene, ha mantenuto una tradizione: ogni primavera, infila icone di Cristo, la Santa Vergine e diversi santi nei suoi alveari, al fine di benedire le sue api e la sua produzione annuale di miele. E ogni anno, si verifica lo stesso fenomeno misterioso: le api fanno le loro cellule a nido d’ape attorno alle immagini pie, evitando meticolosamente di coprirle. Potrebbe essere semplicemente un fenomeno legato a qualche effetto nel dipinto stesso, che potrebbe impedire alle api di costruire i loro favi su di loro? In ogni caso, il lavoro di queste peculiari api greche rimane degno di interesse. Leggi qui l’articolo originale: https://aleteia.org/2017/07/05/the-mysterious-icon-preserving-bees/

Pentecoste

Ascensione

Il 26 maggio di quest’anno ricorre la solennità dell’Ascensione di Gesù. L’Ascensione è l’ultimo episodio della presenza terrena di Gesù, narrato da Luca nel suo Vangelo (Lc 24,51) e negli Atti degli Apostoli (Atti 1,9-11) e dalle Lettere di San Paolo.

Insieme alla Pasqua e alla Pentecoste è una delle solennità più importanti per la cristianità, collocata liturgicamente il giovedì successivo alla quinta domenica dopo Pasqua, in un intervallo di quaranta giorni fra le due feste, in accordo con l’indicazione temporale data dagli Atti.
Per il cristianesimo, l’Ascensione è l’avvenimento che rappresenta il compimento definitivo della missione di Gesù: Egli si congeda dai discepoli nella gloria; tuttavia, pur non essendo più fisicamente visibile, rimane presente nel mondo grazie alla Sua parola e all’opera di evangelizzazione affidata agli Apostoli, che benedirà prima di lasciare, ponendo la premessa per la discesa su di loro dello Spirito Santo. L’Uomo-Dio, compiuta la sua missione nel mondo, ritorna al suo principio, descrivendo un circolo. Gesù stesso lo sintetizza: «Io sono uscito dal Padre e venni nel mondo; ora lascio il mondo e vado al Padre» (Gv 16,28).

L’Ascensione rappresenta l’umanità – debole, sofferente, devastata dal male fisico e morale – che attraverso Cristo entra definitivamente nella pienezza divina in anima e corpo.

La prima testimonianza della festa dell’Ascensione, è data dallo storico delle origini della Chiesa, il vescovo di Cesarea, Eusebio (265-340); la festa cadendo nel giovedì che segue la quinta domenica dopo Pasqua, è festa mobile e in alcune Nazioni cattoliche è festa di precetto, riconosciuta nel calendario civile a tutti gli effetti.
In Italia previo accordo con lo Stato Italiano, che richiedeva una riforma delle festività, per eliminare alcuni ponti festivi, la CEI ha fissato la festa liturgica e civile, nella domenica successiva ai canonici 40 giorni dopo Pasqua.

Siogiovanni

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