Un’antica bevanda data dalla fermentazione del Miele. Un vero e proprio vino di miele appunto, fatto semplicemente con miele grezzo, cioè che non ha subito trattamenti termici finalizzati alla pastorizzazione (così sono i mieli “industriali”) e con acqua e lievito enologico. Una fermentazione lenta che può produrre una gradazione alcolica fra gli 6 e i 16 gradi a seconda della tipologia di lievito utilizzata e dalla quantità di miele. Nel mio caso ho utilizzato 2 kg di miele millefiori, 4 litri d’acqua e 3 grammi di lievito. Questa ricetta dovrebbe produrre un idromele abbastanza secco con gradazione intorno ai 14 gradi. Se si vuole fare invece un idromele dolce e poco alcolico bisognerebbe aumentare il quantitativo di miele. Vedremo come procede fra circa un mese, quando farò un primo travaso in una nuova dama lasciando i depositi della prima fermentazione nel recipiente iniziale. Poi vedremo se ci sarà ancora un’attività di fermentazione da parte del lievito, finita la quale potrò imbottigliarlo.
Autore: opinioniweb - Roberto Nicolini
La testa del chiodo

La palma della mano
i datteri non fa,
sulla pianta del piede
chi si arrampicherà?
Non porta scarpe il tavolo,
su quattro piedi sta:
il treno non scodinzola
ma la coda ce l’ha.
Anche il chiodo ha una testa,
però non ci ragiona:
la stessa cosa capita
a più d’una persona.
Gianni Rodari
San Romedio

Il santuario di San Romedio si trova in Val di Non, a circa 730 m di altitudine, in una posizione isolata e protetta dai boschi tra i paesi di Coredo e Sanzeno.
Immerso in una splendida cornice naturale, il complesso architettonico di San Romedio è formato da più chiese e cappelle costruite sulla roccia. L’intera struttura è collegata da una ripida scalinata di 131 gradini. La cappella più antica dell’edificio risale all’XI secolo e, nel corso del tempo, sono state erette altre tre piccole chiese, due cappelle e sette edicole della Passione.
Questo suggestivo luogo, ricco di spiritualità, è nato grazie alla figura dell’eremita Romedio di Thaur. Alla sua morte, i fedeli scavarono la sua tomba nella roccia, dando così vita ad un culto che continua ancora oggi.
Ci sono varie leggende su San Romedio e la più nota è sicuramente quella legata alla figura di un orso. Si narra che l’eremita, ormai anziano, fosse diretto a Trento in groppa al suo cavallo per incontrare il vescovo. Il quadrupede venne sbranato da un orso che Romedio riuscì, in un secondo momento, a domare e cavalcare fino alla città di Trento.

È un santo taumaturgo e innumerevoli sono le grazie ricevute che potrete leggere salendo i gradini del santuario. C’è anche una mostra con quadri di grazie ricevute nelle epoche passate. Una bella escursione e soprattutto un cammino spirituale da compiere quando si va in Trentino.
Chi sono io?

Chi sono io, chi sono?
Non sono così forte nelle mie idee,
assorbo i colori degli altri e indistinto annuisco.
Così viaggio nella vita.
Così mi adatto,
mimetico, trasparente, invisibile.
Non so, non so proprio perché,
essere è un peso,
una pressa che opprime l’animo,
un dono mai aperto del tutto,
un pensiero mai espresso,
un desiderio mai appagato.
E come in un sogno
la vita si esprime con ricordi vacillanti,
fluisce senza lasciare tracce;
guardando la polvere,
gli strati su strati del tempo passato,
basta un gesto e tutto svanisce
lasciando, come pulviscolo in controluce,
sospesa nell’aria ogni domanda:
chi sono io, chi sono?
Tramonti

Nel tramonto la bellezza di una vita

A volte nascosta agli occhi dei più
misteriosa
luce dell’universo intero
ultima scintilla prima del buio
nessuno può cambiare il proprio destino
Ti prego
non abbandonarmi mai
Nella notte dove tutte le vacche sono nere!

E si, piddini ed antipiddini,- rosati, stellati o fasciati poco importa- in sæcula sæculorum COINCIDONO!
O capitano! Mio capitano!
O Capitano! Mio Capitano!
Il nostro viaggio tremendo è terminato, la nave ha superato ogni ostacolo, l’ambìto premio è conquistato, vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta, occhi seguono l’invitto scafo, la nave arcigna e intrepida; ma o cuore! Cuore! Cuore! O gocce rosse di sangue, là sul ponte dove giace il Capitano, caduto, gelido, morto. O Capitano! Mio Capitano! Risorgi, odi le campane; risorgo – per te è issata la bandiera – per te squillano le trombe, per te fiori e ghirlande ornate di nastri – per te le coste affollate, te invoca la massa ondeggiante, a te volgono i volti ansiosi; ecco Capitano! O amato padre! Questo braccio sotto il tuo capo! E’ solo un sogno che sul ponte sei caduto, gelido, morto. Non risponde il mio Capitano, le sue labbra sono pallide e immobili, non sente il padre il mio braccio, non ha più energia né volontà, la nave è all’ancora sana e salva, il suo viaggio concluso, finito, la nave vittoriosa è tornata dal viaggio tremendo, la meta è raggiunta; esultate coste, suonate campane! Mentre io con funebre passo. Percorro il ponte dove giace il mio Capitano, caduto, gelido, morto.
O capitano, mio capitano!
Poesia di Walt Whitman
Quando tutto sarà privato…

La capite la portata del pacco che ci stanno preparando?
Trasfigurazione del Signore
La testa del chiodo

La palma della mano
i datteri non fa,
sulla pianta del piede
chi si arrampicherà?
Non porta scarpe il tavolo,
su quattro piedi sta:
il treno non scodinzola
ma la coda ce l’ha.
Anche il chiodo ha una testa,
però non ci ragiona:
la stessa cosa capita
a più d’una persona.
Gianni Rodari
