Tutti cercano qualcosa

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Il testo sotto è tratto dalla canzone “Tutti cercano qualcosa”, contenuta nell’album “I treni a vapore”. Non ho molti commenti da fare, mi sono limitato a sottolineare ed evidenziare le parole che più mi hanno colpito. Forse è un testo romantico, forse è filosofico, forse addirittura teologico… lascio a voi la scelta. Sicuramente è tratto dalle profondità dell’animo umano, che è un cercatore d’amore insaziabile, che si perde nella disperata ricerca di noi stessi persi in profondità infinite e insondabili!  Il video e la canzone di Fiorella Mannoia la potete ascoltare QUI – Tutti cercano qualcosa

TUTTI CERCANO QUALCOSA

Tutti cercano qualcosa magari per vie infinite

magari per vie difficili e misteriose

a volte con arroganza e a volte senza pudore

a volte senza speranza e ormai nemmeno più dolore

soltanto per un po’ di tempo o per la vita intera

nel sole di mezzogiorno o nella polvere di questa lunga sera.

Tutti cercano qualcosa che non sanno più

ma io di più… ma io di più…

Mi manchi che fuori è freddo, mi manchi che fuori piove

che fuori c’è quest’aria scura che non si muove

mi manchi da tutto il tempo nel tempo di questo secondo

e mancano le parole e manca il fiato

e la voce diventa di vetro in questo tempo affilato

tempo che prende fuoco se manchi tu…

ma io di più…ma io di più…

E sarà fuoco e sarà amore oppure non sarà

e sarà amore da guardare finché non finirà

e sarà amore da pregare finché non tornerà

e sarà ricordo da bruciare finché non scalderà

sarà ricordo da portare finché non peserà.

Tutti cercano qualcosa, la verità che non ha confini

la verità che non ha colore e dorme sepolta dalle stagioni

e come questo povero cuore non ha padroni

e manca a tutta quanta la terra a tutta la gente del mondo

e manca da tanto tempo in questo tempo di piombo

e tutti vogliono qualcosa che non hanno più

ma io di più… ma io di più

Oltre le strutture psichiche e sociali, all’origine della persona polo dinamico di conoscenza (seconda parte).

Non tutto è ciò che sembra!

Concludo la panoramica delle teorie sullo sviluppo umano evidenziando come in esse non ci sia mai nulla di acquisito, anche se al contempo niente viene perduto. C’è un approccio multidisciplinare e dinamico, che coinvolge il cognitivo, il sociale, il culturale, lo sviluppo del linguaggio e persino la narrativa come capacità dell’uomo di scrivere la propria storia e con essa la storia dell’ intera umanità! QUI LA PRIMA PARTE DEL POST!

Quest’ultimo aspetto è stato preso in considerazione dall’etologia. Gli etologi hanno messo insieme le componenti innate e quelle apprese, affermando che l’evoluzione implica sia un cambiamento filogenetico, sia uno ontogenetico.
L’organismo è parte di un sistema che include l’ambiente con i suoi aspetti fisici, interpersonali e culturali. Nello studio della specie umana è più produttivo applicare “il concetto di adattamento intelligente1 per vedere come i comportamenti insegnati dalla società producono un adattamento ottimale” (Patricia H. Miller 1983;1992; Charlesworth, W., 1979). La comparazione tra le culture umane ci dice che cosa è universale nonostante le differenze ambientali.
Come si può vedere dalle teorie sin qui accennate, lo sviluppo procede su diversi livelli e su molte aree di contenuto contemporaneamente. Sicuramente nessuna teoria è riuscita a districare questo complesso processo. La visione tradizionale del progresso scientifico considera la storia di una disciplina come un’impresa cumulativa. Si può trovare una continuità fra Freud ed Erikson o fra la teoria dell’apprendimento classico e la teoria dell’apprendimento sociale. Ma considerando un arco di tempo più lungo il progresso storico di queste teorie non sembra seguire questo sviluppo. Si rimane più colpiti dalla discontinuità che dalla continuità nel passare da Freud, alla teoria dell’apprendimento sociale, a Piaget…
Kuhn concepisce invece la scienza più come ciclica che cumulativa. Nelle scienze sociali non si è mai avuto un paradigma accettato da tutti gli studiosi di queste discipline. Ci sono però paradigmi ristretti a una sottoarea di campo. Dal momento che nessuna teoria spiega lo sviluppo in modo soddisfacente, diventa cruciale per gli psicologi ricavare contenuti, metodi e concetti teorici da molte teorie diverse. Tale approccio ha condotto a ricerche e a teorie su piccola scala e orientate sul problema. All’interno di quest’area problematica i concetti e i metodi che vengono selezionati dovrebbero riuscire a catturare le diverse variabili coinvolte.
Per questo motivo è interessante studiare i sistemi all’interno dei quali avvengono i comportamenti ( questo è un aspetto comune a tutte le teorie sin qui esaminate). In particolare il sistema dato dalla relazione madre-bambino, che è un sistema aperto in cui non ha senso chiedersi quale sia il punto di partenza, ma bisogna studiare come interagiscono gli elementi per formare un cambiamento nella relazione. Tale sistema è una totalità di elementi, cioè un tutto-strutturato, il modello di ricerca dinamico in cui si intrecciano natura e cultura.
Gli studi a cui mi riferisco sono quelli del Bruner relativi all’acquisizione del linguaggio, che forniscono un modello d’interazione particolarmente dinamico. . Bruner fa sua la definizione che Austin2 diede della pragmatica, come imparare a “fare le cose con le parole”(Jerome Bruner, 1983;1987; Austin 1962;1974), cioè su come ottenere un’azione comune e su come guidare un’azione comune con un’altra persona mediante l’uso del linguaggio. C’è una continuità fra l’acquisizione del linguaggio e l’acquisizione della cultura da parte del bambino. La cultura è costituita da procedure simboliche, da concetti e distinzioni che possono essere fatte solo nel linguaggio. Essa è costituita per il bambino solo nell’atto stesso dell’apprendimento del linguaggio e di conseguenza il linguaggio non può essere capito se non nel suo ambiente culturale.
Non è compito dei pragmatici: separare ciò che è innato da ciò che è acquisito, ciò che è naturale da ciò che è culturale. L’indagine verte su molteplici funzioni linguistiche fondamentali negli ambienti in cui i bambini imparano a padroneggiarle.
Il formato (veicolo per l’acquisizione del linguaggio), è una struttura d’interazione standardizzata, inizialmente microcosmica con ruoli definiti che alla fine diventano reversibili. Quando raggiunge una forma più evoluta si trasforma in “atti linguistici”.
Formati originari: scambio di oggetti, il cucù, il nascondino…sono casi tipici per la struttura delle prime forme di comunicazione. Qui le parole completano l’azione, possiedono proprietà simili al linguaggio, sono “sistemi di vita” (Jerome Bruner 1983;1987) simili al linguaggio.
Tali formati di gioco si trasferiranno poi dai luoghi originari, generalizzandosi ad attività e ad ambienti in cui prima non erano mai accorsi. Questa separabilità della forma dal contesto conferma il carattere astratto delle prime forme di comportamento dei bambini e pone in dubbio il fatto che tutte le prime forme di comportamento sociale siano egocentriche. Se i bambini fossero irreversibilmente concreti o inflessibilmente egocentrici, potrebbero apprendere il linguaggio o fare i giochi che fanno?
Il linguaggio pone inoltre il problema del riferimento ,che è qualcosa di non naturale, mentre la sua convenzionalizzazione pone un problema psicologico. Il bambino non sta a lungo nella condizione di segnalare soltanto che egli vuole, ma ben presto desidera indicare “che cosa” egli vuole(Jerome Bruner 1983;1987). Il far richieste fornisce un mezzo non solo per fare le cose con le parole, ma anche per operare nella cultura: coordinare il proprio linguaggio con le esigenze dell’azione nel mondo reale e di farlo nei modi culturalmente prescritti, che implicano persone reali. Qui gli adulti sono più interessati ai “modi” del bambino che non alla buona formazione linguistica dei suoi enunciati.
Più che sui processi cognitivi è stato messo l’accento sui processi sociali condivisi dalla comunicazione pre-linguistica e linguistica. Il principale motivo dell’acquisizione del linguaggio è costituito dalla migliore regolazione di questi processi socio-culturali profondi.
I formati sono versioni speciali di contesti preselezionati e precostituiti dalla relazione madre-bambino. Riguardo alla convenzionalizzazione, per fare indicazioni e richieste le convenzioni hanno un carattere non propriamente linguistico, quanto culturale in senso lato.
Anche Vygotskij afferma che “i bambini crescono nella vita intellettuale di coloro che li circondano” (Jerome Bruner, 2002;2006; Lev Vygotskij 1962;2001). Pensare e apprendere, dunque, sono processi intrinsecamente sociali e dinamici. Sono sociali per il fatto che avvengono in un contesto storico-sociale e ne sono da esso influenzati.
Voglio concludere questa breve sintesi relativa all’acquisizione del linguaggio e all’interazione con la cultura di appartenenza, parlando dell’importanza della narrativa. Bruner affronta la questione in un suo recente libro, “La fabbrica delle storie”, ove afferma che “la narrativa, anche quella di fantasia, dà forma alle cose del mondo reale e spesso conferisce loro addirittura un titolo alla realtà” (Jerome Bruner, 2002;2006). Sembra che sia proprio la letteratura che attraverso il linguaggio, offre mondi alternativi che gettano nuova luce sul mondo reale. Una precondizione della vita collettiva in una cultura, è proprio la nostra capacità di organizzare e comunicare l’esperienza in forma narrativa. Così è “la convenzionalizzazione della narrativa che converte l’esperienza individuale in una moneta collettiva in grado di circolare su base più ampia di quella interpersonale” (Jerome Bruner, 2002;2006). Gli studi della linguistica affermano che pensare serve a parlare, cioè che arriviamo a pensare in un certo modo per poterci esprimere nella lingua che abbiamo imparato a usare, ma ciò non significa che tutto il pensiero sia al fine esclusivo della parola. Tutto si trasforma, filtrato dal linguaggio, in “eventi verbalizzati” (Jerome Bruner, 2002;2006).
Certamente la costruzione della nostra identità può essere concepita come uno di questi eventi verbalizzati, un meta evento che offre coerenza e continuità alla confusione dell’esperienza. Possiamo affermare che esistono due mondi mentali, il paradigmatico e il narrativo, uno sottoponibile al vaglio della scienza, l’altro pieno di metafore, immagini del possibile in un mondo imperfetto.
Possiamo inoltre affermare che i bambini entrano assai presto nel mondo della narrativa. Come gli adulti sviluppano aspettative su come dovrebbe essere il mondo e sono sensibilissimi all’inaspettato. Nei loro primi giochi sono affascinati dall’imprevisto, esempio nel gioco del bubusettete. Amano la ripetizione e la ripetuta finta sorpresa dell’adulto. Queste sorprese rituali sono molto gradite, ma non quelle attinenti alla cose reali, che li spaventano moltissimo. Tutto questo fa pensare ad una precoce capacità narrativa o scenica, ancora prima dell’emergere del linguaggio. Concludo riprendendo il titolo di questa relazione, per mettere in evidenza che “oltre le strutture psichiche e sociali” la persona “scrive” la sua storia in un libro che ha come presupposto lo sfondo culturale di riferimento, lasciando però libero ognuno di farsi protagonista della propria vita, attore più o meno consapevole, in grado di creare significato e con questo di cambiare il mondo.
Riferimenti bibliografici
Patricia H. Miller (1992). Teorie dello sviluppo psicologico. Trad.it. Bologna: Il Mulino.
Jerome Bruner (1987). Il linguaggio del bambino. Come il bambino impara ad usare il linguaggio. Trad.it. Roma: Armando editore.
Jerome Bruner (2002). La fabbrica delle storie. Roma-Bari: Laterza & Figli.

1 La ricerca etologica di Charlesworth studia la funzione ed il significato etologico dell’uso spontaneo dell’intelligenza da parte del bambino

San Patrizio: il trifoglio immagine della Trinità

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croce celtica

Ripubblico sotto il post su San Patrizio, la sua importanza potrebbe essere dovuta all’attenzione e al rispetto verso la cultura celtica, che è il motivo per cui il santo riuscì a portare gli irlandesi verso la religione cristiana. San Patrizio aggiunse una croce greca a quella celtica allungandone un braccio: il sole unito alla terra fondendo così l’elemento divino e quello umano. Nella speranza che i cambiamenti avvengano in una logica spirituale evolutiva e non solo come frutto di potere umano con finalità utilitaristiche. Una sapiente fusione con le tradizioni cristiane in nome della continuità della storia verso un cammino evolutivo guidato dal bene.

Post del 17 marzo 2017

Oggi, 17 marzo, è la festa di San Patrizio il patrono d’Irlanda. Esso arrivò in Irlanda nel 432 d.C. e nel giro di pochi anni riuscì a convertire al cristianesimo gli irlandesi portando rapidamente alla scomparsa l’antica religione dei druidi. In realtà il druidismo si fuse con la nuova religione e gli elementi culturali di matrice cristiana si arricchirono dello spiritualismo celtico e dei suoi simboli, uno su tutti la croce celtica. Quello che è certo è che in Irlanda la nuova fede ebbe effetti profondi, infatti il cristianesimo riuscì a resistere nei monasteri irlandesi anche quando in Europa durante il Medioevo le invasioni barbariche mettevano a dura prova l’esistenza della cultura e la fede cristiana.

trifoglio

Si dice che San Patrizio usò il trifoglio come icona della Trinità: con i suoi tre lembi rappresenta il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ma anche le tre virtù teologali della Fede, dell’Amore e della Speranza!

San Patrizio riuscì così ad avvicinare al mistero della Trinità il popolo irandese. Nel cristianesimo ciò che nelle antiche religioni era esoterico, cioè nascosto e riservato a pochi, si manifesta attraverso la Rivelazione nella dimensione trascendente ( è Dio che con la Grazia viene incontro all’uomo), ma entra nella storia attraverso Gesù. Nella storia del mondo la Trinità rappresenta la naturale evoluzione verso l’alto. Se l’evoluzione è un movimento e un processo di crescita che parte dal basso, nell’uomo tale crescita diviene cosciente di sé stessa e in modo dinamico si orienta verso Dio. E l’uomo di fronte al mistero riceve la grazia attraverso cui incontra Dio che è in sé stesso, da tutta l’eternità, trinitario. Caratteristica dell’uomo è quindi l’apertura al trascendente, la dimensione dell’incontro con Dio, Esso stesso uno e in relazione: come una foglia di trifoglio dove la fede, la speranza e l’amore si uniscono senza distinzione!

Oltre le strutture psichiche e sociali, all’origine della persona polo dinamico di conoscenza.

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Pieter Bruegel il Vecchio, La torre di Babele 1563 (fonte Wikipedia)

Nel 2011 partecipai ad una conferenza organizzata dall’università di Macerata intitolata “Professore per un giorno”, l’argomento da me trattato era la psicologia dello sviluppo da me ipoteticamente considerata un punto di partenza ottimale per lo studio della persona come “polo dinamico di conoscenza”. Quella che segue è solo una breve panoramica delle principali teorie dell’età evolutiva con una conclusione che fa riferimento alla psicologia cognitivista e culturale di Jerome Bruner. L’articolo è suddiviso in due parti vista la densità dei contenuti e questi sono i priuncipali punti d’interesse:

  • La persona come realtà complessa.

    • Come evolve nelle strutture cognitive.

    • Complessità della psicologia dello sviluppo

    • Sviluppo delle misure cognitive in base alle società che circondano l’individuo.

  • Non si può parlare di una persona come struttura scientifica.

    • Sviluppo del linguaggio Madre-Bambino

  • Il linguaggio dell’uomo è cambiato ma la modalità di acquisizione resta sempre la stessa.

  • Ogni ricerca relativa alla persona a livello scientifico è un polo dinamico di conoscenza.

Quando parliamo della persona dobbiamo fare riferimento ad aspetti cognitivi, affettivi, motivazioni e volizioni di un individuo. C’è sicuramente inoltre la permanenza di una soggettività irriducibile nella molteplicità e diversità dei comportamenti e delle situazioni ambientali. Ritengo che relativamente al concetto di formazione e acquisizione dei saperi, si debba indagare su quale sia la base organizzativa delle strutture psichiche, in grado di fondare metodologicamente ogni ricerca inerente la persona come polo dinamico di conoscenza. Ciò comporta un’indagine unitaria della persona che non perda di vista la relazione dinamica fra la molteplicità dei rapporti che la costituiscono. Il punto di vista a parer mio più idoneo per istituire una tale indagine è quello della psicologia dello sviluppo.
La domanda che sta alla base di qualsiasi teoria dello sviluppo è
essenzialmente questa: che cosa si sviluppa? Qual è l’essenza dello sviluppo di ogni essere umano. Qualsiasi ricercatore che tenta di dare una risposta a queste domande, parte più o meno consapevolmente da una sua concezione della natura umana e per capire come i vari fattori entrano a far parte della personalità matura di un individuo, deve attingere dalle singole teorie per formularne una più articolata che tenga conto delle molteplici variabili di sviluppo. E’ necessario un livello di astrazione elevato per orientare tale ricerca in un ambito complesso e interdisciplinare come quello individuato. La mia scelta metodologica verte proprio su quelle teorie, che in quanto compatibili con fattori dinamici di sviluppo, vedono la persona interagire e crescere in rapporto a molteplici realtà. Tali teorie si configurano esse stesse come vere e proprie metodologie di ricerca ( cioè sono formate da una rete di relazioni e strumenti concettuali applicabili al di là dei contenuti specifici a cui sono stati rivolti). Non è quindi mia intenzione fornire contenuti, quanto piuttosto strumenti e prospettive metodologiche per riflettere su queste problematiche.
In un ottica cognitivista una delle più ampie e complete teorie dello sviluppo è quella di Piaget.
Piaget era convinto che l’essenza della natura umana fosse la razionalità e che lo sviluppo fosse definibile in termini logici. “Il bambino è sin dalla nascita uno scienziato in miniatura, il cui scopo è il progressivo sviluppo e la sempre più ampia organizzazione delle sue strutture cognitive, in un sistema logico paragonabile ad un modello matematico1”(Patricia H. Miller, 1983;1992; Piaget, 1962). La conoscenza è filtrata dalle strutture cognitive, che la plasmano rimanendone a loro volta modificate. E’ per questo motivo che ha definito “l’intelligenza come adattamento all’ambiente, un processo di equilibrio tra gli invarianti funzionali2 dell’assimilazione e dell’accomodamento” (Patricia H.Miller, 1983;1992; Piaget, 1962). L’intelligenza è un punto d’arrivo che segna il completamento della personalità adulta. Ma il dinamismo che caratterizza i processi conoscitivi prosegue per tutta la vita.
Pur sostenendo la razionalità dei processi di sviluppo, è altrettanto vero che alla base di quest’ultimi c’è un’ampia base di irrazionalità. Freud ha portato alla luce il concetto d’inconscio. L’uomo è essenzialmente corpo pervaso da pulsioni innate che interagendo con l’ambiente lo spingono a sviluppare strutture psichiche, con una vasta parte emotiva e affettiva, oltre che cognitiva. E’ un interazionista perché le pulsioni derivano dalla natura biologica, ma il modo in cui si esprimono è modificato dall’ambiente. Viene meno il dinamismo interno che fa del soggetto conoscente l’attore principale della propria formazione.
Erikson si allontanò dall’approccio biologico di Freud prendendo in considerazione la grande influenza esercitata dalla società. Contrappose il biologico al culturale e vide lo sviluppo come un superamento continuo di conflitti derivanti da forze opposte.
Fattore dinamico per eccellenza è la società, che sembra incidere indipendentemente dai fattori cognitivi e dagli aspetti neurologici della macchina produttrice di conoscenza che è il nostro cervello.
L’enfasi sulla società è stata messa anche dai teorici dell’apprendimento sociale, i quali sostengono che lo sviluppo procede con l’accumularsi di esperienze e comportamenti specifici. Il pensiero resta ad un livello più superficiale:l’individuo osservando gli eventi esterni è capace di tradurli in forma simbolica astraendone alcuni aspetti. In base ai riferimenti teorici sin qui menzionati, si potrebbe supporre che mentre per l’acquisizione dei concetti logici sia necessaria la presenza di strutture cognitive specifiche, per l’acquisizione di concetti sociali i bambini usino prevalentemente le regole d’interazione sociale condivise.
Manca l’acquisizione di una più ampia base ecologica (che considera l’ambiente in senso sistemico, in tutte le sue manifestazioni) per potenziare tali teorie nel predire il comportamento.

Continua…

1 Il modello matematico viene massimamente evidenziato dalle strutture logico-matematiche applicate al pensiero dalle operazioni concrete e formali
2 L’equilibrazione unifica la teoria, fornendo una funzione regolatoria generale e complessiva

Gabbiano sulle acque

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Poesie di Lorenzo – foto da internet

Da questo

sperone di scoglio

ti vedo

gabbiano

galleggiare sulle acque della tempesta

con animo

di fede divina

salire sulla cresta dell’onda

a scorgere bagliori

di un lontano orizzonte;

poi scendere

nel fondo cupo dell’onda

ma sereno

affidarti al gioco dei flutti!

Maestro di vita

concedimi la sua forza

e la tua fede

per sorridere gioioso

ai venti della tormenta.

Insinuami

il segreto

di affidarsi

ed abbandonarsi

con sorriso di pargolo

al fiume della vita.

Riflessioni pre elettorali

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Nella prossima tornata elettorale con ogni probabilità assisteremo all’ennesimo passaggio del “pilota automatico” in mano alla coalizione o movimento o “governo del presidente” di turno! Per pilota automatico mi riferisco al solco sempre più profondo scavato dalle “riforme di-strutturali” che ci chiede l’EUROpa! Non ci sarà infatti alcuna significativa deviazione dal modello neoliberista, proprio perché mai nei dibattiti o nei programmi elettorali è stato messo seriamente in discussione. Ma questo non significa necessariamente che votare è inutile!

Probabillmente se uno volesse avere chiarezza e impegno nella realizzazione dei programmi presentati dai partiti dovrebbe scegliere il PD, al quale va riconosciuto di dire le cose come stanno: loro hanno fatto e continueranno a fare l’interesse dell’EUROpa! E per chi pensa che stia esagerando può leggere messe nero su bianco le affermazioni fatte QUI!. Infatti l’Italia nei progetti EUROpeisti potrà continuare a esistere solo come entità geografica, senza popolo, senza una cultura che la identifichi e la tenga unita! Sappiamo bene che la sinistra è internazionalista, ma si va ben oltre sciogliendo nell’acido il concetto di nazione in nome di un progetto cosmopolita non ben definito o più paradossalmente definibile addirittura come ultranazionalista, visto l’esplicita tendenza a creare di fatto una supernazione europea a guida tedesca! In entrambi i casi cosa ci sarebbe di sinistra in tutto ciò?

Purtroppo questo programma sistematico di demonizzazione dello Stato democratico costituzionale (identificato spesso e volentieri come nazionalista, quindi retaggio del passato da cancellare) senza al contempo riferirsi mai ai trattati europei e all’euro come possibili concause dei nostri mali è comune un po’ a tutti i partiti (perlomeno a quelli che potrebbero andare al governo) e alle coalizioni. Eppure sempre più voci mettono in evidenza la necessità dell’Italia di programmare UN’USCITA ORDINATA DALL’EURO.

Dobbiamo capire che riferirsi al ripristino dello stato sociale come previsto dalla Costituzione non è un’utopia, come invece vogliono farci credere le forze regressive rappresentate in Italia soprattutto da quei politici che parlano di “coperture” o di “promesse serie” perché realizzabili alla luce dei dettami euroimposti: chissà, magari per questi personaggi i padri fondatori che l’hanno scritta dopo oltre 20 anni di dittatura e una guerra devastante pensavano di vivere su Marte o sulla Luna e non invece in un paese che amavano e volevano ricostruire guardando al futuro! Mi piacerebbe sapere in che modo i Trattati europei sono compatibili con la nostra carta costituzionale o con una qualsiasi altra costituzione nata nel dopoguerra. E vorrei anche sapere in che cosa i Trattati sovranazionali sono superiori alla Costituzione, cosa i cittadini ci hanno guadagnato in diritti e dignità e sicurezza dalle RIFORME che da essi derivano e quali sarebbero le necessità ineludibili per andare avanti su una strada che ha portato a rendere la crisi un metodo di governo con cui imporci ogni cosa.

Fino a pochi mesi fa sembrava ancora possibile un’alleanza trasversale tra forze politiche che puntavano al recupero della sovranità statale liberandosi dai vincoli europei e dall’euro. Mi riferisco in particolare al m5s e alla Lega, che invece in queste elezioni sono schierati su versanti opposti. Non sono le coalizioni di centro destra e di centro sinistra a contrapporsi realmente al movimento, ma le rispettive posizioni sull’UE e sull’euro. Di Maio ha dichiarato che non è in discussione né l’uscita dall’euro, né la permanenza dell’Italia dentro l’Unione europea. Loro andranno in Europa e se necessario metteranno in discussione le regole che penalizzano l’Italia ( ma non l’avevamo già sentita da qualcun altro questa? Leggi QUI e QUI ) e faranno investimenti pubblici spendendo a deficit e tagliando gli sprechi ( na’ novità! Il bello verrà quando scopriremo QUALI sarebbero gli sprechi da tagliare)! InZomma pare proprio un PD che va e uno che viene… Mi spiegate voi in cosa sono diversi dai vecchi sognatori di un’Europa perduta che ritroviamo nei soliti partiti? Ma credono davvero che il sogno, ormai incubo conclamato, possa continuare ancora a lungo prima che la gente si svegli bruscamente? Ma davvero Di Maio vorrà fare la fine del Renzi Greco come spiegavamo QUI! ?

Di contro Salvini ha mantenuto la sua posizione di critica sull’UE e sull’euro candidando nel suo partito persone come Borghi e Bagnai che hanno sempre portato avanti un’informazione scientifica qualificata sulle criticità della moneta unica. Tutto ciò sembra venire vanificato dall’alleanza con Berlusconi, presentata come inevitabile proprio a causa della legge elettorale. Se arriveranno al 40 percento e la Lega sarà il primo partito della coalizione Berlusconi terrà davvero fede a quest’alleanza quando arriverà il momento di programmare e contrattare un’uscita dall’euro? Non lo so e sinceramente sono arrivato alla conclusione che è poco ortodosso considerare questo problema ora. Quello che a me interessa è che persone serie come il professor Bagnai, dopo aver portato il dibattito scientifico sull’euro in TV e nei giornali citando i dati e proponendo soluzioni, ora possano portarlo anche in parlamento e all’interno delle istituzioni europee.

Degli sprechi, della casta, dei privilegi, del “noi cambieremo le regole”, del “taglieremo il debito pubblico”, ecc., ecc.,… a me sinceramente non frega un accidente! Solo chi dice la verità mettendo al centro del dibattito politico l’origine dei nostri mali attuali ha la mia fiducia!

Altre formazioni politiche minori possono incidere positivamente prendendo posizione su questa problematica che riguarda tutti, partiti di destra o di sinistra, perché la democrazia esiste solo dove il popolo ha la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, ma in questo contesto eterodiretto ciò è impossibile. Mi riferisco a partiti come Potere al popolo ( Qui il programma) o il partito comunista di Rizzo (Qui il programma) o sul versante dell’estrema destra Casa pound. Tutte queste formazioni nel loro programma pur con le dovute distinzioni, considerano necessaria l’uscita (o perlomeno mettono fortemente in discussione)  dell’Italia dall’unione europea e dall’euro per liberarsi dal giogo del sistema finanziario.

Concludo riepilogando il mio pensiero: la scelta in queste elezioni non è fra destra, sinistra o m5s, ma fra continuare a rafforzare il modello liberista che ci ha indubbiamente portato sul baratro attuale o dare un segnale forte di opposizione a questo modello votando forze politiche che apertamente lo vogliono cambiare. Fra le forze di governo, pur con tutte le sue contraddizioni, vedo solo la Lega come detto sopra. Seguono però formazioni minori, che hanno un programma condivisibile di recupero dei valori Costituzionali. Perlomeno il partito unico dell’euro che ha governato l’Italia per decenni non è più l’unica opzione! E quando il pilota automatico finirà nelle mani giuste sicuramente smetterà di funzionare e l’Italia verrà di nuovo guidata da politici scelti dal popolo in funzione dei propri interessi e degli interessi reali dell’Europa, perché la convivenza pacifica è realizzabile solo in un contesto democratico di equità sociale. Essi, i padroni, vinceranno certo, ci mancherebbe altro, ma è un gioco di breve durata visto il punto in cui il sistema è arrivato. Speriamo che ci sia davvero un fronte politico e democratico trasversale pronto a guidare il nostro paese prima della caduta nel baratro!

Manto soffice

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Ancora sulla Speranza, poche parole, forse banali. Nella poesia sotto uno stato d’animo, di sconforto a volte, ma anche di luce…

Due essenzialmente sono i segni che ci permettono  di aprirci alla Speranza: il primo riguarda la dignità umana, essa va perseguita costantemente nella società attraverso il riconoscimento della libertà (in ogni sua forma) insieme alla promozione di ognuno. Il secondo segno è la giustizia senza la quale non si può parlare di equità o dignità umana.Sappiamo bene quanto l’uomo nella storia abbia negato questi principi, pur avendoli teorizzati e in modo spesso marginale concretizzati in delle forme di governo.

Ma essi sono presenti nella coscienza dell’umanità e possono trovare una sintesi teologica nella Rivelazione dell’amore di Dio da cui discendono tutte le altre forme di amore. E attraverso l’Amore il creato, la storia e la stessa umanità devono trovare compimento. Perciò è neccessario per i credenti lasciarsi guidare dalla fede, vivere il presente con lo sguardo rivolto al futuro impegnandosi concretamente nella realizzazione di questi principi nella vita reale e nella società, opponendosi con fermezza ai modelli distorti di falsa giustizia che  negano appunto lavoro e vita dignitosa alle persone, ristorati nei momenti di sconforto da un rifugio interiore, dove c’è posto per tutti e dove tutti possono entrare per condividere l’esigenza di giustizia e dignità…

Giornata cupa questa.

Un vento freddo e pungente mi fa rabbrividire.

All’improvviso inizia a piovere,

sembra quasi neve

acqua gelida destinata a trasmettere

sensazioni di morte.

E’ così che ci sentiamo

quando siamo soli

e manca la speranza.

Ma anche la neve può portare la vita,

trasformandosi in un manto caldo e soffice

che protegge i germogli

e li tiene al sicuro.

Forse anche per noi c’è un caldo rifugio.

Certo a volte c’è tempesta

e il freddo prevale…

Continuiamo a sperare

affinché ognuno possa trovare trovare

un caldo rifugio.

 

Avanti e indietro: storia di un’involuzione interiore (settima parte)

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L’EVOluzione 

Come promesso alla fine della SESTA PARTE di questa serie di post autobiografici e auto-sociografici, pubblico sotto una lettera che inviai nel lontano 2009 alla trasmissione “Lestoria” di rai tre. Il tema di quella trasmissione, come vedrete leggendo la mia lettera, era la teoria dell’evoluzione. L’impostazione del programma mi era sembrata eccessivamente “di parte” e come tutte le classificazioni che dividono la realtà in bianco e nero lasciando fuori dallo spettro visivo la bellezza cromatica della creazione, lasciava lo spettatore attento infastidito o perlomeno deluso. Fatto sta che per me fu irrefrenabile la necessità di riequilibrare questa visione così di parte. Ma non servì allora come non servirebbe oggi: i media sono pieni di persone “di fede”, essi sanno ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e  la “narrazione” riscrive puntualmente le nostre vite indipendentemente dalla realtà in cui viviamo: essa come in uno specchio deforme viene continuamente ignorata, ma incredibilmente la maggioranza di noi continua a non voler girare lo sguardo per provare a vedere oltre…

Riprendo proprio dalla fine della sesta parte:

… In linea con questo paradigma dell’essere uomo onnipotente che tutto spiega e tutto ingloba in un orizzonte razionale e antropocentrico, per meglio far capire il mio pensiero allego di seguito una lettera che inviai anni fa, nel maggio del 2009 alla trasmissione “Lestorie” di rai tre, condotta da un uomo dell’immagine e del sapere-immagine dei nostri tempi: Corrado Augias!

Lestorie” di Rai3

 Egregio dottor Augias,

l’interesse  che suscitano gli argomenti da lei affrontati nella trasmissione “Lestorie”, mi ha spinto a scriverle, per sottoporle alcune brevi riflessioni su una questione che lei ha approfondito in più occasioni. Premetto che sono un insegnante di religione della scuola primaria, ma non è mia intenzione far prevalere un’interpretazione “di parte” , quanto piuttosto mettere in evidenza una “problematica metodologica”, che non vuole cioè fornire risposte definitive, ma cercare di stabilire le linee d’analisi  e gli strumenti di lettura che più convengono alla tematica esposta.

Vengo al dunque…

E’ giusto indagare l’origine della vita da un punto di vista esclusivamente scientifico, in particolare “evolutivo”?

Non metto in dubbio la validità di tali teorie e di conseguenza delle risposte ad esse collegate, ma voglio evidenziare che esistono altre prospettive, ugualmente importanti, in grado di ampliare ed integrare la visione sulla questione. Nella trasmissione del 28 aprile si è detto che è errato affermare che la monogamia sia più naturale della poligamia, o ancora che l’eterosessualità sia più naturale dell’omosessualità, in quanto la natura ci dimostra esattamente il contrario. Ma si è anche detto che manifestazioni prettamente umane quali la “religione”, siano sublimazioni dei nostri istinti, cioè abbiano esclusivamente un ruolo compensatorio di manifestazioni naturali represse dal genere umano. Secondo questa interpretazione la religione non può essere considerata come una categoria conoscitiva della realtà, cioè un ulteriore prospettiva con cui l’uomo indaga sull’esistenza (in tutte le sue manifestazioni umane e naturali che dir si voglia). Penso che se concepiamo la realtà come un prodotto dell’evoluzione, allora anche i principi logici, morali e religiosi, di cui l’individuo è dotato sin dall’inizio della sua vita, sono stati acquisiti dalla specie umana progressivamente nella lotta per l’esistenza e favoriscono quindi i comportamenti conoscitivi e pratici che sono più adatti alle sollecitazioni dell’ambiente (cioè della natura).

Il problema è che l’esistenza, ridotta a potenzialità evolutive e a processi psichici/fisiologici, è un esserci senza sapere di esistere. Mi sembra però altrettanto evidente che ciò non riguarda l’essere umano, che è cosciente di sé e in quanto tale capace di distinguersi da “altro”. Affermare l’esistenza di una sovrastruttura, una coscienza collettiva formata dalle singole coscienze individuali (non esclusivamente umane) è davvero più paradossale delle risposte relativistiche e oserei dire in alcuni casi semplicistiche della scienza intesa come unico strumento razionale a disposizione dell’uomo? Per definizione la scienza adotta un metodo empirico, ritagliando porzioni di realtà da sottoporre ad indagine. Non c’è mai un approccio al “tutto”, in quanto non è possibile sottoporre la realtà nella sua totalità e varietà di manifestazioni ad un’indagine empirica. E comunque la somma di molteplici risposte parziali è ben altra cosa da un sapere univoco sull’essenza della realtà e dell’uomo. Anche la teoria evolutiva ha dei “buchi” che ci lasciano ben lontani dalla “certezza”! Non è mia intenzione negare la validità di tale teoria sul piano scientifico, ma voglio semplicemente evidenziare che possiamo chiamare “verità” (ciò che è indipendente dal pensiero che la pensa, è al di fuori di noi) solo lo sfondo su cui la realtà si costituisce, e la “certezza” (non è la realtà in se stessa, ma ciò che pensiamo) è tale se c’è una corrispondenza effettiva e completa con la verità. Ripeto: il vaglio della scienza, nel sottoporre a verifica i variegati aspetti della realtà, ha comunque un “gap” nei confronti della verità come prospettiva onnicomprensiva, sfondo totalitario dell’essere. Si obietterà che questi sono discorsi filosofici, che non hanno molto in comune con il rigore scientifico e con l’evidenza che quest’ultimo è in grado di fornirci. Rispondo che alla base di questa evidenza c’è il soggetto che conosce, utilizzando certo dei criteri di ipotesi e verifica che rendono il sapere comunicabile. Ma tutto ciò è possibile a condizione che chi conosce sia effettivamente aperto in modo incondizionato alla verità e sia al contempo consapevole di esserci al di là di ogni ragionevole dubbio (il cogito cartesiano). L’individuo in ogni istante della sua vita, in modo “inconsapevole”( intendo qui non soggetto a riflessione, implicito),  o attraverso un esercizio consapevole e razionale di ricerca (frutto di una dimostrazione, esplicito), sa di esistere e questo è un sapere che certifica non solo l’esistenza in generale, ma soprattutto la mia esistenza individuale.

In una prospettiva storica\naturalistica\scientifica, la nostra vita è già finita nel momento in cui iniziamo ad esistere (siamo un nulla nel percorso plurimillenario della vita e dell’evoluzione). Eppure è innegabile il paradosso, la presunzione di sapere di esserci, una consapevolezza che deve essere collegata oltre l’orizzonte temporale che mi costituisce. “Oltre” in quanto non soggetto al divenire, un punto immutabile, meta evento che coordina l’esperienza, facendo nascere prodotti prettamente umani (e a mio avviso anch’essi “naturali”), quali la scienza, la storia, la religione, la società…  Anche in Kant l’intelletto produce la legislazione per la quale debbono adeguarsi tutti i dati dell’esperienza (la natura), in cui tutti i dati sono inseriti in una concatenazione necessaria che esclude ogni libertà.

Ma vi è una legislazione “pratica” della ragione per la quale l’uomo deve credere in un mondo che è guidato verso uno scopo dalla libertà dell’uomo. Ciò vuol dire che la natura è si conforme alla legislazione dell’intelletto, ma deve anche essere pensata come qualcosa che rende possibile la realizzazione degli scopi che in essa devono essere realizzati secondo la legge morale. Questo “pensiero” non è una “conoscenza”, ma è una prospettiva soggettiva e tuttavia “universale”, in quanto costituisce il mondo della libertà e dei fini. Qui la ragione implica una “fede”, perché tali principi non si possono definire in termini di “conoscenza”, come detto sopra. Non è possibile oltrepassare i limiti dell’esperienza, questo ci porterebbe a dei dogmi. E’ la nostra volontà a sentire come esigenza l’esistenza di Dio, della libertà, di un’esistenza infinita…  La religione, secondo Kant, non è considerata dal punto di vista dogmatico, ma è il riconoscimento del “mistero” del mondo e anche attraverso il progresso scientifico, si può arrivare alla consapevolezza dell’insuperabilità di tale mistero che rimane comunque una necessità della ragione umana. Concludo affermando che non ha senso spiegare la vita attraverso teorie e principi esclusivamente scientifici e limitarsi ad affermare che sia originata da un processo evolutivo, in quanto quest’affermazione mi sembra esulare dal metodo empirico costitutivo della scienza stessa.  Non possiamo cioè limitarci a dire che la vita è frutto di un processo evolutivo, come se l’evoluzione fosse un’entità a sé stante, un sostituto del divino prodotto da un eccesso di laicismo, diventando così il “dogma” frutto di una nuova religione ( spesso ne fanno parte gli atei più convinti, che i cosiddetti credenti dovrebbero invidiare per la solidità con cui sostengono le  loro incontrovertibili certezze). Oggi la scienza sa di non enunciare verità incontrovertibili e sa di procedere da ipotesi.  E’ giusto quindi indagare la vita attraverso le teorie scientifiche ed evolutive, lasciando però le risposte ultime in sospeso, fenomeni rilevanti dell’essenza umana e naturale, comprensibili solo attraverso molteplici prospettive e una consapevolezza critica che ci aiuti a superare i pregiudizi. Solo lasciando sempre aperta la porta alla verità, l’uomo si rinnova (Agostino dice appunto che “la verità ci rinnova”).

Mi scusi per la prolissità e la scarsa chiarezza con cui ho cercato di esprimerle il mio punto di vista. La ringrazio ancora per la professionalità con cui prepara le sue trasmissioni, sempre fonte di stimolo e di conoscenza.

Cordiali saluti

Nicolini Roberto

 

Che dire?

Chiaramente non ottenni nessuna risposta, chissà almeno se qualche caporedattore la lesse… il tema, se non si è capito dalle contorte riflessioni sopradette, era una critica alla teoria darwiniana dell’evoluzione, presentata  in una trasmissione de “Lestorie” come onnicomprensiva e razionale, quando secondo me è prevalentemente frutto di prese di posizione aprioristiche e irrazionali, visti i molti buchi e le enormi lacune che lascia tuttora irrisolte. Ma il significato di queste posizioni-imposizioni, mediatiche oltre che pseudoscientifiche quale sarebbe? Qual è il fine di iniettare nella coscienza collettiva una marea di opinioni senza mai scendere nel dettaglio delle soluzioni proposte? Nella realtà complessa servirebbero dei binari per decodificare i dati-messaggi che ci attraversano e pilotano le nostre scelte, invece ci lasciano in balia delle opinioni dettate dalle esigenze del momento! Va bene tutto, basta non entrare mai nel merito dei problemi che affliggono la nostra pseudosocietà! Da oltre un ventennio è un fatto che la cultura (?) mass-mediatica spinga a suon di slogan l’opinione pubblica a considerare problemi e soluzioni che nel migliore dei casi equivalgono a regressioni di decenni ad un livello giuridico pre-costituzionale: invece di mettere i diritti fondamentali al centro del mandato politico di chi assume la guida dello Stato, si mettono principi di tipo “contabile” e a suon di “non ce lo possiamo permettere” stanno cancellando TUTTO: sistema scolastico pubblico, sanità, welfare, pensioni, BUON SENSO!!!!…..

Continua…

Preghiera

falco.jpg
Poesie di Lorenzo

Oh sole

forza nascosta,

dissipa

questa nebbia

che mi avvolge

con il suo colore di morte;

rendimi docile

come la montagna

adagiata e nuda

ad accogliere

i tuoi raggi;

ed attento

come gli occhi del falco

rapido

a scegliere

i tuoi percorsi.

Squarcia

questo grigio di nuvole

ed infondimi

la tua Vita.

La solitudine radicale: dall’abbandono all’incontro

Molteplici sono le forme di solitudine che l’uomo incontra nella propria esistenza: l’isolamento, l’incomprensione, il disprezzo, l’essere mal-amati!

In realtà la solitudine è addirittura “originaria”, radicale e inevitabile perché legata al mistero personale di ogni uomo. Ognuno è un segreto nella sua unicità e in quanto tale rimane sempre un mistero per gli altri. Questo nucleo originario è però anche il fondamento inespugnabile della libertà di ogni uomo, una scoperta che ci accomuna al destino dell’umanità intera. Ecco perché nessuno può mai essere davvero schiavo di un altro, se percepiamo il nostro mistero capiamo anche che tutti e ognuno ne siamo accumunati. E questo destino mette in circolo una volontà d’amore verso gli altri e ci apre al mistero di DIO: una nostalgia incolmabile, una sete d’infinito che si scontra con la nostra finitezza, il nostro non bastare a noi stessi e l’essere incapaci di trovare appigli umani che ci sostengono… Perché come affermava padre Turoldo, l’infinito è contenuto tutto nel grembo dell’uomo, da esso nulla è escluso neanche Dio che pure da lui è indipendente!

Qualche giorno fa proprio parlando di padre Turoldo facevo riferimento il suo accostare il destino dell’umanità a Giobbe, un uomo giusto che chiedeva giustizia per le sue sventure a Dio. E Dio stesso prende le sue difese di fronte a chi lo accusava di aver peccato e di meritare quindi il male ricevuto.

Ma Cristo non deve renderci conto di nulla, Egli ha sperimentato i vari abissi della disperazione e della solitudine umana, eppure il peccato non lo allontana dall’uomo… non c’è nulla oltre la sua testimonianza a mantenere l’umanità in contatto con il mistero di Dio, un Padre a cui Lui sceglie di affidarsi anche nel momento di abbandono sulla croce.

E qui risorge la Speranza come motore della Storia, una delle più potenti energie spirituali del mondo che si regge sull’attesa di una Presenza in grado di colmare ogni vuoto e ogni solitudine. E qui mi fermo lasciando parlare un inno alla Speranza scritto proprio da padre Turoldo. Un inno che mi ha lasciato in dono la mia amica Isabella e che ho deciso di far conoscere anche ai lettori in questo inizio di Quaresima:

Tempo del primo avvento
tempo del secondo avvento
sempre tempo d’avvento:
esistenza, condizione
d’esilio e di rimpianto .
Anche il grano attende
anche l’albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.
Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre dà nascere.
(Quando per la donna è giunta la sua ora
è in grande pressura
ma poi tutta la sua tristezza
si muterà in gaudio
perché è nato al mondo un uomo.)
‘Questo è il vero lungo inverno del mondo:
Avvento, tempo del desiderio
tempo di nostalgia e ricordi
(paradiso lontano e impossibile!).
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.
Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore
Lui solo sperassimo;
oh se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell’intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuol morire,
come l’innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con. il condannato
avanti il plotone d’esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l’amante
che ha l’amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza
e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo
-il silenzio delle origini –
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
‘ogni parola uccisa
-finito questo vaniloquio! –
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione
del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell’attimo dicessimo
quest’unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato
(ma tutti insieme
e a quel punto)
VIENI VIENI VIENI, Signore
vieni da qualunque parte del cielo
degli abissi della terra
dalle profondità di noi stessi
(ciò non importa) ma vieni,
urlassimo solo: VIENI!
Allora come il lampo guizza dall’oriente
fino all’occidente così
sarà la sua venuta
e cavalcherà sulle nubi;
e il mare uscirà dai suoi confini
e il sole più non darà la sua luce
né la luna il suo chiarore
e le stelle cadranno fulminate
saranno scosse le potenze dei cieli.
E lo Spirito e la sposa dicano: Vieni!
e chi ascolta dica: vieni!
e chi ha sete venga
chi vuole attinga acqua di vita
per bagnarsi le labbra
e continuare a gridare: vieni!
Allora Egli non avrà neppure da dire
eccomi, vengo – perché già viene.
E così! Vieni Signore Gesù,
vieni nella nostra notte,
questa altissima notte
la lunga invincibile notte,
e questo silenzio del mondo
dove solo questa parola sia udita;
e neppure un fratello
conosce il volto del fratello
tanta è fitta la tenebra;
ma solo questa voce
quest’unica voce
questa sola voce si oda:
VIENI VIENI VIENI, Signore!
– .Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
non sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d’amore
(non più questi termitai
non più catene dolomitiche
di grattacieli
non più urli di sirene
non più guardie
a presiedere le porte
non più selve di ciminiere).
– Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest’unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest’unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
«ecco, già nuove sono fatte tutte le cose»
allora canteremo
allora ameremo
allora allora …

Padre Davide Turoldo

Poesia segnalata da Isabella (clicca per visitare il suo blog).

Grazie!

Siogiovanni

Sono come sono , qui le mie fotografie amatoriali e tanto altro ... clicca il Titolo dell'articolo !

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