Quando pensate alla città di Fabriano certamente vi viene in mente la cartiera il cui marchio porta il suo nome. Ma pochi sanno che le origini della produzione della carta sono proprio nel piccolo paese di Pioraco, circondato da boschi e ricchissimo d’acqua! La carta veniva prodotta in questi luoghi già a partire dal 1300 e ancora oggi qui c’è una della sedi della cartiera di Fabriano.
Il fiume potenza attraversa l’abitato
È un paese situato su un altipiano e circondato da montagne ricche di boschi. L’ambiente naturale e l’impatto antropico limitato lo rende un posto adatto sia a chi vuole trascorrere una vacanza rilassante, sia a chi ama passeggiare o fare sport.
La gola li vurgacci
È possibile attraversare la gola li vurgacci direttamente dal centro del paese, dove il fiume in piccole cascate scende fino alla cartiera.
Incontrerete facce di mostri scolpite nella roccia e ponti di legno che vi permetteranno di attraversare la gola senza difficoltà.
Purtroppo il terremoto ha colpito questi luoghi, ma la loro bellezza e la tenacia degli abitanti ha impedito la spopolazione. Anche per questo ne parlo, ho passato un fine settimana con il camper a Pioraco e ho constatato con piacere che è davvero tanta la gente che sceglie di passare il tempo in questa bellissima valle. Dove non arriva lo Stato ognuno di noi può contribuire ad aiutare, per tenere a galla micro economie che si reggono su equilibri precari, ma che hanno potenzialità per riprendersi che vanno valorizzate. Andate a Pioraco e ne rimarrete soddisfatti!
Molti aanni fa ho fatto anch’io la strascialsta con Stefano e posso assicurarvi che ciò che dice è tutto vero. Fra l’altro quest’estate ha avuto molta risonanza nei media locali il racconto postato da un anconetano che ha avuto l’idea di dare Passetto Portonovo a piedi e a nuoto, cioè solo una minima parte della strascialata di cui parla Stefano.
Post ddi Stefano
La Strascialata
Purtroppo è finita l’estate, io amo il mare e d’estate cerco di andarci il più possibile, inoltre c’è un appuntamento al quale proprio non posso rinunciare e che ogni anno, e fin quando le forze me lo consentiranno, continuerò a rispettare: la Strascialata. È il nome che le ho dato io in anconetano (il mio dialetto) e significa una cosa molto faticosa, sfinente, a volte inutile, devastante per il fisico… in effetti, quando termina sono molto stanco, ma felice e soddisfatto per avercela fatta ancora una volta. Vivo ad Ancona nella riviera del Conero, in quel tratto di costa adriatica da Trieste al Gargano più bello e a mio giudizio secondo solo al Gargano. Questo tratto di circa 20 Km, caratterizzato da un’alta costa con all’apice proprio il Monte Conero a 572 metri di altezza a picco sul mare, è di una varietà e di una bellezza uniche. Le sue numerose spiagge e spiaggiole non sono tutte facilmente accessibili alla balneazione, alcune sono raggiungibili solo attraverso ripidi sentieri ed altre solo via mare, altre addirittura vietate per il pericolo di frane. Il mio tributo annuale per esprimere l’amore che nutro per la “mia” costa è appunto “La Strascialata”, ovvero il percorso che compio lungo la costa. Lo percorro una volta all’anno ad agosto, a piedi, a nuoto, saltando da un sasso all’altro, da uno scoglio ad un altro, arrampicandomi, eccetera. Parto dal parco di via Panoramica di Ancona, dove una stradina scoscesa, ma agevole e pavimentata, porta alle “grotte” del Cardeto, sulla spiaggia un po’ scogliosa e un po’ cementificata della Grotta Azzurra, per raggiungere poi da lì la destinazione finale, il porticciolo di Numana: in tutto, impiego circa 8/10 ore. Equipaggiamento: cappellino, costume, occhiali da sole, scarpacce sportive alla fine della loro carriera, zainetto con borraccia e sacchetto impermeabile con cellulare, un documento e qualche soldo. Lo spirito è quello della passeggiata, non ho nessun record da stabilire: se sono stanco mi riposo, se vedo un bel mare trasparente faccio il bagno, se ho sete bevo, se ho fame mangio… Di solito cerco di partire verso le sette di mattina e, quando sono lì, sinceramente, mi vergogno un po’ a spogliarmi di quasi tutto proprio al centro di un quartiere ricco e residenziale, ma tant’è… comunque mi affretto e corro giù per lo stradello tra gli alberi, tanto a quell’ora si incontrano solo quelli che portano a passeggio il cane, ma io saluto tutti educatamente per fingere una disinvoltura che in quel momento non ho. Finalmente raggiungo il litorale dove stare in costume è normale. Guardando verso nord noto il muro che delimita il Cantiere Navale di Ancona, subito lì dietro c’è il Porto ed ancora più verso Nord/Ovest cominciano gli “spiaggioni” che, con poche variazioni, arrivano fino a Trieste, ma la mia destinazione è a Sud/Est. Da poco è sorto il sole che illumina le “grotte”. Queste sono circa 500 disposte in vari raggruppamenti, per lo più belle e curate, dai cancelli di legno variopinti. Nate come ricoveri per le barche dei pescatori e scavate a mano nella falesia dalla metà dell’800 agli anni ‘60 del ‘900, rappresentano per molti anconetani la casa al mare, con all’interno una cucina, alcuni mobili e di solito una grande tavolata: sono una realtà unica al mondo. Dopo una breve discesa tra gli scogli, devo subito tuffarmi per attraversare il breve tratto davanti alla Grotta Azzurra, di origine naturale: questo primo bagno nel fresco del mattino mi disturba un po’ perché sono freddoloso, ma è breve, giusto un paio di metri di acqua. Da lì risalgo sugli scogli resi scivolosi dalle alghe o pieni di piccole cozze taglienti chiamate in anconetano “moscioli”, poi altro breve tratto a piedi stando sempre attento a non scivolare sugli scogli più pericolosi, quelli del bagnasciuga ricoperti dalle alghe.
Seggiola del papa, Passetto Ancona (fonte Pixabay)
Altro mini bagno obbligatorio: dove la falesia finisce a picco nel mare non c’è alternativa. Arrivo ad una corta spiaggia di sassi grossi misti a scogli, nella zona del “Quadrato”, poche scalette fino al litorale cementato delle Grotte del Passetto proprio davanti alla “Seggiola del Papa”, piccolo faraglione che si erge sul piano scoglioso fuori dall’acqua. Guardando in alto sopra le rupi, “Ripe” per noi, si scorgono villette e palazzine in posizione panoramica e l’Ospedaletto dei bambini, dove è nato mio figlio e la maggior parte degli anconetani. In questo punto, anche se non appare evidente, sono nel centro storico della città! Proseguo sulle piattaforme di cemento con le “Grotte” alla mia destra fino a trovarmi sulla spiaggia di sassi posti lì artificialmente per volontà di un vecchio sindaco e a raggiungere l’imponente ascensore degli anni ‘50, appoggiato alle ripe ed alla grande scalinata monumentale di epoca fascista che scende dal Monumento ai Caduti nel quartiere del Passetto, uno dei più belli di Ancona. Poco dopo e sotto i due stabilimenti su palafitte, c’è la prima barriera artificiale: una rete che vorrebbe impedirmi di proseguire su un piano scoglioso, dove andavo sempre da bambino, che non ha mai rappresentato un pericolo per nessuno: la aggiro senza problemi. Sempre attento a non scivolare devo affrontare un altro mini bagno per arrivare all’altra lunghissima sequenza di grotte artificiali che stanno sotto la Piscina Comunale sovrastante le ripe. Salutati alcuni simpatici “Grottaroli”, devo scendere dalle rocce e tuffarmi per una breve nuotata fino ad una spiaggia prima rocciosa e poi di piccoli sassi, posto meraviglioso con formazioni scogliose lunghe in mezzo al mare. Percorso vario di rocce, sassi e spiaggette fino alle poche grotte artificiali sotto il quartiere di “Pietralacroce”, dove arrivano un paio di sentieri chiamati “La Scalaccia”. Proseguo mentre il caldo si fa sentire, ma tanto subito bisogna fare un altro tuffetto fino ad una spiaggetta selvaggia e poi rocce e poi altre spiaggette di sassi fino alle altre poche grotte sotto la località de “La Vedova”, le ultime che si incontrano. Un Grottarolo mi chiede “Da dove vieni?”, “Dalla Grotta Azzurra”, “Portonovo?”, “No, Numana!”, mi guarda ammirato mentre annuisce: “Vuoi dell’acqua?”, “Grazie ce l’ho.”. Il posto è selvaggio ed inaccessibile, un continuo di rocce e scogli da superare con difficoltà, interrotto solo da qualche piccola spiaggetta. Quello che cerco sempre di intravedere da lontano è il mio primo traguardo: “Il Trave”. È una formazione rocciosa peculiare larga 5 metri che parte da un piccolo promontorio e si allunga in mare per chilometri, ma, dopo poche centinaia di metri, scende sott’acqua: è il posto d’eccellenza per pescare i “moscioli”, io lì ne ho presi a tonnellate! Prima di arrivare alla chilometrica roccia bisogna fare una lunga nuotata che parte da una spiaggia di sabbia fino a superare il promontorio; inoltre, per arrampicarsi e scavalcare il Trave, occorre che il mare sia calmo e oggi lo è, altrimenti non sarei partito, non mi ci frega più!
Spiaggia di Mezzavalle veduta dal Belvedere Nord (Monte Conero) Foto da Flickr
Sono passate circa 2 ore e mezza ed ora devo percorrere la lunga e frequentatissima spiaggia di Mezzavalle, raggiungibile da due ripidi sentieri che partono dalla strada che conduce a Portonovo. Approfitto della doccia pubblica per ricaricare la borraccia, mi ci vuole un’altra ora ed un altro fastidioso percorso su rocce scivolose con l’acqua alle cosce per arrivare finalmente alla Baia di Portonovo nella zona del “Molo”, qui sopravvivono ancora pochi “capanni” di legno che hanno la stessa funzione delle “grotte”. Qui il fastidio invece è rappresentato dai milioni di persone/asciugamani/ombrelloni/lettini tra i quali devo fare lo slalom, ma è ora di fare merenda e mi riposo con un bel gelato in mano. Riprendo lo slalom, oltrepasso il piccolo molo artificiale e giro intorno all’ex “Fortino Napoleonico” ora ristorante di lusso, fino alle Terrazze in cemento ed a due “brutte” spiagge di sassi grossi che sarebbero belle, ma l’uso che se ne fa le imbruttisce, l’ultima è usata come ricovero barche. Quando ero bambino, questa zona era più bella con i suoi capanni, fatti poi togliere in seguito ad infinite polemiche. L’insenatura finisce con la “Torre di Guardia” sempre di epoca napoleonica, affascinante villa sul mare a forma di torretta di avvistamento e di proprietà di una famiglia di ex nobili anconetani, ora B&B. Sulla mia destra in alto incombe Lui, il verde Monte Conero. Percorro, scavalcando corpi distesi al sole, l’altra frequentatissima e lunga spiaggia di Portonovo zeppa di ombrelloni e raggiungo finalmente la millenaria Chiesetta Romanica, purtroppo nascosta dagli alberi, me la lascio sulla destra per affrontare un’altra baia di grossi sassi che diventano massi da scavalcare davanti allo scoglio della “Vela”: un imponente faraglione alto una decina di metri a cinquanta metri dalla riva. Ci sono affezionato, ci facevo i tuffi da ragazzo, ma ora devo affrontare la prima arrampicata seria, ci sono anche delle corde per aiutarsi, ma io ne faccio volentieri a meno, poi ci sono un paio di passaggi vertiginosi, da lassù si ammira tutta la baia che ho percorso fino al Trave, è un panorama che a volte mi godo anche d’inverno, ma davanti a me c’è la Spiaggetta, la Mia Spiaggetta, piccola, deliziosa, bianchissima, delimitata da scogli lunghi in mare, frequentata da nudisti. Credo si chiami “Sassi Bianchi”, appunto, qui un rilassante bagno è d’obbligo, l’acqua è limpidissima e sono proprio sotto il Monte, continuerò a girargli intorno fino ai Sassi Neri, ma c’è ancora un sacco di tempo… Rimetto zainetto e scarpe e via per il massacrante e lungo lido di sassoni e scogli vari fino alla Spiaggia dei Gabbiani, nel percorso ci sono un paio di passaggi pericolosi su roccia scivolosissima alla base di placche bianche, anni fa erano anche decorate con dei moderni dipinti rupestri, ormai scoloriti dal mare e dal sole. Bisogna fare molta attenzione per non cadere. Tra una placca e l’altra incontro una decina di capre che vengono giù direttamente dal Conero, unici esseri viventi terrestri presenti in quella zona impervia. Il mare è azzurrissimo, peccato sia pieno di centinaia di barche, gommoni e kayak, ma la bellezza del posto è unica. Prima di raggiungere la Spiaggia perdo l’equilibrio, cado e mi ferisco una coscia, un gomito ed un pollice… ci sta! Non è mai capitato che faccia tutta la Strascialata indenne, qualche anno fa stupidamente sono partito con il mare “poco mosso” secondo il “meteo”, il risultato è stato che ci ho messo 2 ore di più del solito ed ho collezionato svariate ferite, inoltre un’ondata mi ha strappato e fatto perdere gli occhiali… da sole e da vista! La Spiaggia dei Gabbiani è una delle più belle ed è frequentata, anche troppo, da gente che ci arriva via mare. Mi devo preparare per una lunga nuotata fino alla Spiaggia delle Sirene. Approfitto quindi per nuotare solo con le braccia, così riposo le gambe ormai a pezzi, puntuali mi vengono i crampi ai piedi, ai polpacci e alle cosce, ma niente di grave. La vista della grigia roccia alta centinaia di metri a strapiombo sul mare incute timore, ma affascina insieme. Approdo stanco dalle Sirene, mi siedo per riposare in compagnia del similare popolo nautico. Mi appresto a percorrere la corta spiaggia prima di un’altra lunga nuotata simile alla precedente sia nella lunghezza che nel paesaggio stupendo, stavolta i crampi non arrivano, già pregusto la prossima meta delle Due Sorelle e questo mi elettrizza… ma non sono certo dietro l’angolo. Prima c’è il litorale lungo e irto di scogli, poi c’è la seconda arrampicata seria, anche questa, volendo, è agevolata delle corde, ma anche qui ne diffido. Arrivo quindi su una specie di altopiano di roccia bianchissima, a volte con dei praticelli di arbusti e… “Paccasassi”, in italiano: Finocchietto Marino, buonissimi come sottaceti. Ci sono anche i resti di una antica cava e i relativi binari, ormai arrugginiti, per i carrelli trasportatori.
Spiaggia delle due sorelle fonte Wikimedia
Piccola agevole discesa ed ultima spiaggia sassosa prima delle Due Sorelle, anche qui ci sono dei resti ferrosi, ma sono di una nave naufragata. Un passante mi chiede se ci sono altri posti belli da vedere nei dintorni, gli rispondo stizzito se tutto questo non è abbastanza, poi lo indirizzo verso la grotta naturale tra i “Libri”. Le Due Sorelle sono i faraglioni più famosi di questa costa, alti una quindicina di metri, si chiamano così poiché da una certa angolazione sembrano due suore che pregano. A me non hanno mai dato questa impressione, solo una delle due, per me, assomiglia ad uno scarpone da sci. Cammino con l’acqua al petto tra i faraglioni e la costa molto alta e poi mi avvicino faticosamente, per la resistenza dell’acqua ed il fondo scivoloso, fino alla Spiaggia vera e propria. Anche qui i bagnanti arrivano solo via mare, ma è pieno di gente perché ci sono gite organizzate con dei grandi barconi. Veramente, c’è un sentiero che viene giù direttamente dal Conero, attraverso il Passo del Lupo, non è neanche eccessivamente difficile, solo faticoso, io l’ho fatto centinaia di volte, anche di notte (giuro!), dal Passo si gode il panorama più bello di tutta la costa, ma adesso è vietato. La Spiaggia è semplicemente perfetta, un gioiello, inoltre ci incontro sempre qualcuno che conosco, anche quest’anno ho incontrato una ex collega, arrivata lì in barca. Riposino ed altro bagnetto ristoratore nell’acqua cristallina, mi attende un altra lunghissima nuotata per superare “I Libri”, una formazione rocciosa che assomiglia, appunto, ad una serie di libri appoggiati ad una parete. Le placche di roccia scoscesa e bianchissime sono molto lunghe, la stanchezza ormai si fa sentire prepotente, fatico a prendere riva tra gli scogli, do una ginocchiata ad una roccia sott’acqua, non mi faccio molto male, ormai sogno il pranzo ristoratore che farò nella spiaggia dei Sassi Neri, la prima che ha degli stabilimenti con ristoranti. Anche questa spiaggia non è dietro l’angolo, la si scorge sempre, con tutte le sue file di ombrelloni, ma è ancora lontana, prima c’è il litorale sassoso, poi un altra nuotatina, poi delle placche da superare con i piedi in acqua attento a non scivolare, poi altri scogli, poi una piccola arrampicata… i Sassi Neri sono lì, ma non arrivano mai, sarà la stanchezza? Man mano la gente si infittisce e dopo gli ultimi scogli comincia la “facile” spiaggia di sassolini… per niente neri… boh? Finalmente arrivo al balneare dove mangerò, è ora di pranzo per tutti e c’è da fare la coda, ordino la prima cosa che c’è e, con il mio vassoio, mi siedo all’ombra, mi sembra di rinascere, me la prendo comoda, controllo i messaggi e rassicuro mia moglie. Stancamente, dopo il caffè, mi incammino per tutta la lunghissima Spiaggia, non ho mai capito dove comincia la Spiaggia di San Michele di Sirolo, è un tutt’uno. Anche qui troppa gente, è bellissimo, ma oramai non sono più sotto il Conero, l’ho lasciato alle mie spalle ed arrivare qui è agevole, la folla aumenta sempre più densa e raggiunge il massimo nella spiaggetta Urbani di Sirolo, molto carina, ma molto, troppo turistica. La spiaggetta finisce con un molo artificiale e con delle formazioni rocciose su cui si può camminare, c’è anche una grande grotta naturale sulla destra. Adesso però mi spetta l’ultima grande fatica: la nuotata più lunga, per superare i “Lavi”, altra formazione rocciosa di placche inclinate verso il mare, troppo inclinate per poterci camminare, alcuni lo fanno a loro rischio. Io preferisco nuotare. Nuoto lentamente dosando le ultime forze, noto le tre grandi grotte naturali che interrompono le placche, a quest’ora il sole fa capolino e a volte scompare dietro l’alta costa. Finalmente approdo sul litorale sassoso, all’ombra, mi siedo un po’ affannato, mi manca pochissimo, devo solo superare, camminando con l’acqua al petto, l’ultimo tratto fino alla Spiaggia dei Frati. Dai Frati il sole c’è e ormai so di essere arrivato, tocco il cielo con un dito, mando un messaggio alla cara mogliettina per farmi venire a prendere al porticciolo di Numana. In quindici minuti percorro i Frati e la Spiaggiola di Numana. Sono arrivato! Controllo l’orologio: 8 ore esatte! E’ andata meglio del previsto. Anche stavolta ce l’ho fatta. Più a Sud scorgo la lunga spiaggia di Numana bassa fitta di ombrelloni. Fino al Gargano solo “spiaggioni” con rare eccezioni, il gioiello dell’Adriatico è alle mie spalle. La Strascialata la facevo da giovane fino, circa, ai 45 anni di età, poi ho smesso, non so perché, ma mi rimaneva sempre il desiderio di riprovare. Quando ho compiuto 60 anni mi sono detto: “Voglio vedere se ci riesco ancora”, da allora vado avanti imperterrito. Solo un paio di volte ho avuto un accompagnatore, ma di solito scoraggio chiunque voglia provare a venire. Anche adesso vi raccomando di non provare, a meno che non siate particolarmente esperti, in forma atletica e… pazzi come me: è molto difficile e faticosa, a volte pericolosa. In ogni caso, vi ho avvertito!
Personalmente la penso abbastanza come Lidia, magari sarebbe interessante conoscere il parere di uno storico come il professore Barbera sulla questione. Ma a parte la verità storica, bisognerebbe certamente leggere l’intervista perché così come riportata la frase viene da pensare : questa affermazione a che serve?
Gli alimenti così come la natura li produce, non trasformati, solitamente sono più salutari. Il miele esiste fin dall’antichità: esistono graffiti che dimostrano che quando eravamo cacciatori e raccoglitori, conoscevamo il miele che si mangiava succhiandolo direttamente dal favo. Se avete la fortuna di assaggiare miele direttamente dal favo, cosa che pochi apicoltori oggi producono, capirete che ha un sapore diverso perfino da quello grezzo estratto tramite centrifugazione. All’inizio vi sembrerà strano, forse “vecchio” ma poi probabilmente non riuscirete più a farne a meno. Il problema è che non siamo più in grado di sentire i sapori perché l’industria ci ha abituati a coprirli, tutto è esageratamente dolce o salato e null’altro esiste nel mezzo! Il miele è un alimento che è sempre stato nella storia dell’uomo, il nostro corpo lo conosce. Non è stato trasformato, è come la natura lo produce.
Quali sono le sue caratteristiche? Il miele è fatto per l’80 per cento da glucosio e fruttosio liberi, non attaccati come nello zucchero (il saccarosio). È importante capire che sia il glucosio sia il fruttosio possono avere degli effetti nocivi per la salute perché fanno alzare la glicemia quindi anche il miele la fa alzare. Il fruttosio ha un’azione negativa perché ostacola il funzionamento dell’insulina, è la causa principale della gotta perché fa aumentare l’acido urico e questo impedisce il buon funzionamento dell’insulina. Però nel miele e nella frutta c’è anche la vitamina C e una quantità di polifenoli che moderano l’azione negativa del fruttosio. Oltre a degli enzimi contenuti nella saliva delle api che contribuiscono a trasformare il miele in un prodotto unico e ancora in parte dai benefici misteriosi.
Le proprietà salutari del miele sono tante… Mangiando il miele possiamo beneficiare delle sue sostanze protettive antinfiammatorie e antisettiche. Il miele è anche un ottimo disinfettante. Studi mostrano come sia utile sciacquare la bocca con una soluzione che contenga miele quando si hanno afte in bocca. Nei malati trattati con la radioterapia per il tumore della lingua e della guancia, che causa disastri nella mucosa orale, il miele allevia questo dolore, e permette di guarire le afte. Va utilizzato localmente, in bocca e non per ingestione, dato che nei malati in chemioterapia la glicemia deve rimanere bassa. Esistono anche studi che mostrano come il miele sia in grado di abbassare la glicemia in caso di diabete.
Infatti alcuni ricercatori dell’Università di Toronto hanno recentemente pubblicato uno studio, apparso sulla rivista Nutrition Reviews, che ha preso in considerazione ben 18 studi clinici volti a determinare gli effetti del miele sulla salute metabolica, con il coinvolgimento di più di 1100 soggetti. Lo studio ha dimostrato chiaramente che il consumo moderato e regolare di miele abbassa la glicemia a digiuno, il colesterolo totale e LDL (spesso definito come “cattivo”) e i trigliceridi, mentre alza i livelli di colesterolo HDL, cioè quello “buono”, che protegge la salute delle nostre arterie.
Gli stessi autori dello studio definiscono tali risultati come sorprendenti, perché il miele è costituito per l’80% da zuccheri. Tuttavia, non tutti gli zuccheri sono uguali: la miscela di zuccheri rari e comuni, proteine, acidi organici e altri principi nutritivi tipica del miele sembra essere la chiave vincente di questo straordinario alimento.
Essenzialmente i cibi raffinati, il loro esagerato contenuto di zucchero e carboidrati, provano spesso scompensi metabolici, sembra invece che alimenti naturali come il miele siano utili nel prevenirli! Quindi ritornare alla natura è sempre la migliore garanzia di buona salute.
L’autunno è tempo di cristallizzazione per il miele, perché il processo che lo rende solido è accelerato da temperature comprese tra i 14 e i 16 gradi. Se prendiamo 100 gr di miele esso è composto per 80 grammi da zuccheri e per 17 grammi da acqua, quindi capite bene che la cristallizzazione è una condizione normale per la maggior parte del miele, quelli che rimangono liquidi sono infatti un’eccezione. La velocità di cristallizzazione dipende dalla presenza del glucosio, esso a contatto con l’aria forma appunto dei cristalli e favorisce la solidificazione del miele. Nell’alveare le api deumidificano il nettare dall’umidità in eccesso e quando esso è diventato miele mettono i tappi di cera alle cellette che lo contengono. Isolato dall’aria il miele rimane liquido e utilizzabile dalle api durante l’inverno. Ma quando l’apicoltore lo estrae dai favi esso inizierà a solidificare dopo l’estate al cambiare delle temperature. Come mai allora alcuni tipi di miele rimangono liquidi a lungo? Mieli come quello di acacia, castagno e melata contengono un maggior quantitativo di fruttosio rispetto al glucosio e ciò rallenta o impedisce la cristallizzazione. Un discorso a parte ce l’hanno i mieli industriali, essi solitamente sono liquidi perché subiscono un processo di pastorizzazione, vengono scaldati a temperature molto alte e questi trattamenti distruggono le parti nobili e peculiari del miele ma lo mantengo liquido. Tali trattamenti non devono essere indicati in etichetta e quindi se comperate miele al supermercato è sempre meglio prenderlo solido così almeno potete stare certi che non ha subito trattamenti. Se poi non potete fare a meno del miele liquido allora potete provare a scaldarlo voi, mettete un vasetto a bagnomaria, utilizzate un termometro alimentare e mantenete la temperatura intorno ai 40 gradi fino a trasformazione avvenuta! Questo trattamento a temperatura controllata perlomeno non altera troppo il miele mantenendolo abbastanza vicino a quello grezzo.
“Soffrire è produrre conoscenza” Emil Mihai Cioran Il funesto demiurgo 1969
“La sofferenza, questa è l’unica causa della consapevolezza” Fëdor Dostoevskij Memorie dal sottosuolo 1864
«Il paradiso geme al fondo della coscienza, mentre la memoria piange. Ed è così che si pensa al senso metafisico delle lacrime e alla vita come al dipanarsi di un rimpianto»
Non so davvero se nella consapevolezza possa esserci pace, un momento di pausa dalla vita! E se tutta la vita possa dirsi tale, o piuttosto un’immagine banale di ciò che potrebbe aspettarci. La tempesta o la quiete non sono dimensioni terrene a farci vedere oltre, parti umane appartengo al divino, infinitamente intime ma lontane come stelle, brillanti come soli e misteriose e potenti come buchi neri.
Non so, sinceramente non so cosa io sia davvero, se esistano il bene e il male, se siano essi stessi specchi della mente per ingannare la vita. Qualsiasi cosa io, noi siamo, non possiamo rinunciare all’amore. Nell’abisso è l’unico pieno che non può essere cancellato.
E si, dopo aver perso le foglie per prepararsi all’avvento dell’autunno il ciliegio ci ha ripensato e ha fatto tornare la primavera!
Anche le api so confuse! Questo piccolo nucleo invece di prepararsi per l’inverno riducendo la covata e iniziando a sostituire le api con quelle invernali, sembra invece esplodere nella piccola cassetta di polistirolo ed è addirittura pronto per il travaso di inizio primavera!
Dunque? C’è il clima change perché l’homo è cattivo e il surrrriscaldamento è colpa sua: fonti fossili cattive e green buono senza se e senza ma?
La risposta sinceramente non la so dare, nel senso che io non sono nè uno scienziato, nè un divulgatore di professione. Però vedo, osservo e penso che sono in atto una serie di cambiamenti evidenti, di fronte ai quali probabilmente la natura troverà un nuovo equilibrio nella precarietà attuale dove tutto sembra andare in rovina. Ma vedo anche che i cambiamenti verso i quali si sta spingendo la società umana sono tutt’altro che naturali: nessun dubbio di fronte all’ignoto, tutto è bianco oppure nero, le sfumature si perdono fra i meandri della propaganda.
Sullo sfondo la natura inizierà a cambiare, rinascere, morire… mentre noi nel frattempo non avremo ancora imparato a stare al mondo.
Ripubblico questo post del 2020 perché la ritengo una riflessione attuale. Soprattutto perché le società sempre più globali sono nei fatti forme di sfruttamento-allevamento intensivo volte a dis-integrare l’umano. Quindi forse la vera conclusione è che l’uomo sovrasta la natura perché è nella sua natura sovrastare ogni cosa. Ma questo è il bivio da affrontare – come provo a spiegare alla fine del post – di fronte al quale ognuno di noi dovrà fare una scelta!
Di solito con l’espressione “addomesticare” si intende il processo che rende un animale o una pianta dipendente dall’intervento umano. L’uomo addomestica la natura, cioè predispone l’ambiente che lo circonda in funzione delle sue necessità: attraverso il progresso, soprattutto quello tecnologico, la società umana è stata modellata in funzione di un ambiente sempre meno naturale. Ciò significa anche che l’uomo stesso è diventato sempre più parte di questo “ambiente addomesticato” e da esso è sempre più dipendente.
In natura lo stato “selvatico” implica la vittoria del più forte sulle avversità. Anche gli esseri umani sono stati selvatici, probabilmente essi saranno stati straordinariamente forti e dotati, i loro sensi super sviluppati per affrontare le avversità della natura. Poi è subentrata la sedentarietà e come sua conseguenza la domesticazione umana. Le nostre società prediligono individui docili, che non significa affatto buoni e gentili, semmai poco capaci di far prevalere l’istinto sulla ragione o la forza sulla mitezza…
Ma la domesticazione presuppone anche ulteriori responsabilità.
Addomesticare significa affezionarsi e addirittura amare chi ti sta accanto. Una responsabilità enorme su cui si struttura la nostra società, che dovrebbe basarsi sulla fiducia e sulla conoscenza reciproca. La Volpe, per esempio, spiega così l’importanza dell’addomesticare al Piccolo Principe: << Non si conoscono che le cose che si addomesticano>>, disse la volpe. <<Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla…Se tu vuoi un amico addomesticami>>. Leggi qui il post La volpe insegna l’amore.
C’è poi la responsabilità di aver creato un mondo dove vincono tutti, nel senso che non c’è una selezione fra i più “naturalmente” dotati, perché è la società ad adattarsi a noi e non il contrario. Quindi se comunque ci sono degli esclusi, questa è una responsabilità di tutti. Il dovere dell’uomo è appunto modellare una società dove nessuno deve essere tagliato fuori.
Ma questo umanizzare il mondo è esso stesso natura o invece è un modo che l’uomo usa per sovrastarla? Forse ogni azione umana tende alla liberazione dal male e dalla sofferenza, quindi anche dalla natura che si pone a volte come madre, a volte come ostacolo. Una realizzazione dell’uomo nella storia che non può che culminare in un evento trascendente.
Un’antica bevanda data dalla fermentazione del Miele. Un vero e proprio vino di miele appunto, fatto semplicemente con miele grezzo, cioè che non ha subito trattamenti termici finalizzati alla pastorizzazione (così sono i mieli “industriali”) e con acqua e lievito enologico. Una fermentazione lenta che può produrre una gradazione alcolica fra gli 6 e i 16 gradi a seconda della tipologia di lievito utilizzata e dalla quantità di miele. Nel mio caso ho utilizzato 2 kg di miele millefiori, 4 litri d’acqua e 3 grammi di lievito. Questa ricetta dovrebbe produrre un idromele abbastanza secco con gradazione intorno ai 14 gradi. Se si vuole fare invece un idromele dolce e poco alcolico bisognerebbe aumentare il quantitativo di miele. Vedremo come procede fra circa un mese, quando farò un primo travaso in una nuova dama lasciando i depositi della prima fermentazione nel recipiente iniziale. Poi vedremo se ci sarà ancora un’attività di fermentazione da parte del lievito, finita la quale potrò imbottigliarlo.